Vita monastica e identità clariana

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1 VITA MONASTICA E IDENTITÀ CLARIANA Pubblicato in: Forma Sororum, 42 (2005) 234-249. P. CARLO SERRI ofm. Scopo fondamentale del linguaggio è quello di esprimere il pensiero e dunque di permettere la comunicazione tra le persone. Comunicazioni di tipo diverso (scientifico, filosofico, religioso) adottano linguaggi diversi e fanno ricorso a terminologie e logiche specifiche. È normale che in ambienti particolari si utilizzino espressioni caratteristiche e si elabori un gergo tipico. Accanto ai linguaggi specialistici permane tuttavia l‟uso di linguaggi più familiari, che non hanno bisogno di elaborazioni troppo raffinate. Un uso eccessivamente rigoroso del linguaggio può persino vanificare la comunicazione. Non si può essere troppo sottili. Detto questo, non posso negare che la vita consacrata stia attraversando una situazione critica. Le difficoltà del momento possono naturalmente insinuare insicurezza nelle idee e oscurità nel linguaggio. Quello che accolgo con più fatica è che a volte diventi difficile persino parlare delle cose più normali. Mi capita, predicando o anche esprimendomi familiarmente, di parlare delle nostre Sorelle Clarisse chiamandole “monache”, ossia di qualificare le Sorelle anche con il termine di “monache”. Questa parola, pronunciata i n tutta semplicità, a volte provoca un‟osservazione inattesa. Mi viene detto tranquillamente: “Le Clarisse non sono monache! Sono Sorelle!”. Dinanzi a questo rilievo resto pensoso. Se fosse solo una questione di parole, non darei alcuna importanza alla cosa. Si possono usare parole diverse per indicare la stessa realtà. Ma forse non si tratta solo di parole. Il rifiuto intenzionale di una terminologia potrebbe ingenerare una diversità nel concepire la sostanza della vita clariana. La posta in gioco è alta; penso che valga la pena di precisare cosa si intenda qualificando le Sorelle Povere di santa Chiara (o Clarisse) anche con il nome di monache.

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L’articolo vuole sottolineare come sia importante, anche per le figlie di santa Chiara, la precisa e mai patteggiabile coscienza della propria identità per un sereno e fecondo servizio al dialogo e alla comunione ecclesiale. Le Sorelle Povere di santa Chiara sono chiamate a vivere, secondo la specificità del loro carisma, la “radicalità di un’esistenza sponsale, dedicata totalmente a Dio nella contemplazione” (VC 59).

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VITA MONASTICA E IDENTITÀ CLARIANA

Pubblicato in: Forma Sororum, 42 (2005) 234-249.

P. CARLO SERRI ofm.

Scopo fondamentale del linguaggio è quello di esprimere il pensiero e

dunque di permettere la comunicazione tra le persone. Comunicazioni di tipo

diverso (scientifico, filosofico, religioso) adottano linguaggi diversi e fanno

ricorso a terminologie e logiche specifiche. È normale che in ambienti

particolari si utilizzino espressioni caratteristiche e si elabori un gergo tipico.

Accanto ai linguaggi specialistici permane tuttavia l‟uso di linguaggi più

familiari, che non hanno bisogno di elaborazioni troppo raffinate. Un uso

eccessivamente rigoroso del linguaggio può persino vanificare la

comunicazione. Non si può essere troppo sottili.

Detto questo, non posso negare che la vita consacrata stia attraversando

una situazione critica. Le difficoltà del momento possono naturalmente insinuare

insicurezza nelle idee e oscurità nel linguaggio. Quello che accolgo con più

fatica è che a volte diventi difficile persino parlare delle cose più normali. Mi

capita, predicando o anche esprimendomi familiarmente, di parlare delle nostre

Sorelle Clarisse chiamandole “monache”, ossia di qualificare le Sorelle anche

con il termine di “monache”. Questa parola, pronunciata in tutta semplicità, a

volte provoca un‟osservazione inattesa. Mi viene detto tranquillamente: “Le

Clarisse non sono monache! Sono Sorelle!”. Dinanzi a questo rilievo resto

pensoso.

Se fosse solo una questione di parole, non darei alcuna importanza alla

cosa. Si possono usare parole diverse per indicare la stessa realtà. Ma forse non

si tratta solo di parole. Il rifiuto intenzionale di una terminologia potrebbe

ingenerare una diversità nel concepire la sostanza della vita clariana. La posta in

gioco è alta; penso che valga la pena di precisare cosa si intenda qualificando le

Sorelle Povere di santa Chiara (o Clarisse) anche con il nome di monache.

2

Il nome e la definizione

Il “nome” è semplicemente un vocabolo col quale si qualifica ciascuna

cosa o persona, per distinguerla e riconoscerla fra le altre1. La pura apprensione

di un oggetto genera i concetti. L‟atto con cui affermo o nego qualcosa è un

giudizio. La diversità dei nomi e dei concetti corrisponde alla varietà degli

oggetti che cadono sotto il domino dei sensi e della ragione. Per non commettere

errori quando formuliamo i nostri giudizi, dobbiamo determinare bene il

significato delle parole e dei concetti che usiamo. Perciò è importante definire e

classificare i concetti, in modo che esprimano correttamente quello che

vogliamo dire.

La definizione è il discorso con cui significhiamo che cosa è un oggetto. Si

possono offrire diversi tipi di definizione (essenziale, metafisica, descrittiva

ecc). In ogni caso, secondo le regole della logica, ogni definizione - cioè ogni

tentativo di esprimere più chiaramente un concetto - si fa assegnando il genere

prossimo e la differenza specifica .

“Infatti come si può spiegare che cosa è un oggetto se non assegnando ciò che esso ha

in comune con altri oggetti, già noti, e poi aggiungendo un carattere per cui ne

differisce? L‟elemento comune è il genere; l‟elemento caratteristico è la differenza

specifica”2.

Per esempio, la definizione di uomo come “animale ragionevole” vuol

dire che l‟uomo appartiene al genere degli animali, e dunque non è un minerale

o un vegetale. E vuol dire che la sua differenza specifica, rispetto agli altri

animali, è quello di possedere l‟uso della ragione.

Se diciamo che le Sorelle Povere o Clarisse sono delle monache che cosa

vogliamo dire? Evidentemente nominiamo l‟appartenenza ad un genere

(monache) ed affermiamo una differenza specifica rispetto alle altre monache (la

forma vivendi di san Francesco e santa Chiara). Le Clarisse o Sorelle Povere

sono monache che vivono secondo la Regola e la spiritualità di santa Chiara,

così come le monache benedettine trovano la loro specificità nel riferimento a

san Benedetto e le monache carmelitane a santa Teresa d‟Avila. La differenza

specifica non esclude, ma determina l‟appartenenza al genere.

1 Cf. O. PIANIGIANI, Vocabolario etimologico della lingua italiana, Fratelli Melita

Editori, Genova 1988. 2 S. VANNI ROVIGHI, Elementi di filosofia, vol. I, La Scuola, Brescia 1962, 68.

3

La questione dunque è di stabilire che cosa intendiamo per “monache”,

per verificare se le Sorelle Povere appartengono o no a questo genere di

religiose. Nel linguaggio ecclesiale che cosa intendiamo con il termine

“monaca”? Bisogna distinguere.

“In principio Dio […] maschio e femmina li creò” (Gen 1,1.27). È la

prima distinzione all‟interno del genere umano. Tutte le donne poi sono o

battezzate o non battezzate. Le donne battezzate sono cristiane. Tra le cristiane

possiamo distinguere le religiose dalle laiche. Le religiose (o consacrate) si

distinguono dalle laiche perché hanno fatto professione dei consigli evangelici.

Distinguiamo le religiose a seconda della loro appartenenza agli antichi ordini

monastici o ai moderni istituti e congregazioni di vita consacrata e società di vita

apostolica. Ci sono tante differenze specifiche all‟interno del genere comune di

“vita consacrata”, fino ad arrivare agli istituti secolari.

La stessa vita monastica non è univoca, ma abbraccia diverse specie di

esperienze (benedettine, cistercensi, clarisse, carmelitane, passioniste ecc.).

Ognuna di queste si caratterizza per le sue differenze specifiche, di ordine

storico, teologico e spirituale. Le monache legate agli ordini mendicanti

medievali - e più ancora le istituzioni tridentine o post-tridentine – offrono un

contributo originale rispetto alla più antica tradizione monastica. Se ne deve

tener conto.

Ci chiediamo dunque: cosa caratterizza le monache in genere, in

confronto con le altre religiose? A mio modesto avviso il fatto storico-spirituale

che caratterizza l‟esperienza monastica consiste fondamentalmente nella sua

radicale consacrazione alla vita contemplativa. Da questa unione d‟amore con

Dio sgorga una sorgente di grazia che vivifica il Corpo mistico di Cristo.

Radicalità di “un‟esistenza „sponsale‟

dedicata totalmente a Dio nella contemplazione” (VC 59)

Il recente Magistero ha evidenziato il radicamento della vita monastica

femminile nel mistero della Chiesa, ed è arrivato a descriverla come

“un‟esistenza „sponsale‟, dedicata totalmente a Dio nella contemplazione” (ib.).

Veramente già il decreto Perfectae caritatis del Concilio Vaticano II, pur

segnato da incertezze teologiche e linguistiche, aveva ribadito il “posto

eminente” occupato nella Chiesa dagli istituti dediti interamente alla

contemplazione:

4

“Gli istituti dediti interamente alla contemplazione (quae integre ad contemplationem

ordinantur), tanto che i loro membri si occupano solo di Dio nella solitudine e nel

silenzio, nella continua preghiera e nella gioiosa penitenza, pur nella urgente necessità

di apostolato attivo conservano sempre un posto eminente nel corpo mistico di Cristo,

in cui „tutte le membra non hanno la stessa funzione‟ (Rm 12,4)” (PC 7).

Altre forme di vita religiosa, invece, assegnano un ruolo sostanziale

all‟apostolato e all‟esercizio della carità. In questi istituti “l‟azione apostolica e

caritativa rientra nella natura stessa della vita religiosa” (ivi 8).

A seguito del Concilio Vaticano II numerosi documenti hanno analizzato

l‟identità e la missione della vita consacrata nel mistero della Chiesa. Senza

voler trascurare altri contributi, credo che la tappa apicale di questa riflessione

magisteriale sia costituita dall‟Esortazione apostolica Vita Consecrata di

Giovanni Paolo II.

Secondo questo documento la vita consacrata è radicata sull‟esempio di

Cristo, ed è un dono di Dio Padre alla Chiesa per mezzo dello Spirito. In essa i

tratti di Gesù vergine povero e obbediente acquistano “visibilità” in mezzo al

mondo e orientano lo sguardo dei fedeli al mistero del Regno di Dio (cf. VC 1).

L‟impostazione trinitaria ed ecclesiologica modella tutto il documento.

Il primo capitolo (Confessio Trinitatis), meditando sull‟icona della

Trasfigurazione, risale fino alle sorgenti cristologico-trinitarie della vita

consacrata. Il secondo capitolo (Signum fraternitatis) la valorizza quale segno di

comunione nella Chiesa. Il terzo capitolo infine (Servitium caritatis) ne esplicita

le valenze caritative e profetiche verso il mondo.

Proprio nel cuore del capitolo centrale, al n. 59, descrivendo la “fedeltà

nella novità” operata dallo Spirito Santo nella Chiesa, il documento descrive

specificamente la vita monastica femminile. Le monache sono chiamate a

vivere, in maniera esemplare, l‟eccellenza dell‟amore esclusivo che la Chiesa-

Sposa nutre per il suo Signore:

“Le monache di clausura. Particolare attenzione meritano la vita monastica femminile e

la clausura delle monache, per l‟altissima stima che la comunità cristiana nutre verso

questo genere di vita, segno dell’unione esclusiva della Chiesa-Sposa con il suo

Signore, sommamente amato” (ivi 59).

La vita delle monache di clausura viene quindi descritta nella sua

dimensione escatologica, quale segno profetico della Gerusalemme del cielo:

“un‟anticipazione della Chiesa escatologica, fissa nel possesso e nella

contemplazione di Dio” (ib.).

5

La contemplazione non è vista come “ricerca della perfezione

individuale”, ma come attuazione della vocazione ecclesiale all‟unione perfetta

con Dio. L‟esigenza prioritaria di stare con il Signore viene assunta nella sua

radicalità. Un luogo circoscritto viene assunto quale spazio vitale

dell‟identificazione con il mistero pasquale di Cristo. Attraverso la donazione

del proprio corpo in una povertà radicale, la monaca partecipa all‟annientamento

del Cristo, che ha scelto la croce e l‟Eucaristia quali incarnazioni del suo amore

redentivo. La clausura monastica, quale libera risposta a questo amore, diventa

luogo teologico della comunione con Dio e con i fratelli.

Infine Giovanni Paolo II, inneggiando alla bellezza sponsale di questo

amore puro, esorta le monache a vivere la fedeltà al loro carisma:

“Esse si offrono con Gesù per la salvezza del mondo. […] Grazie al loro esempio,

questo genere di vita continua a registrare numerose vocazioni, attratte dalla radicalità

di un’esistenza ‘sponsale’, dedicata totalmente a Dio nella contemplazione. Come

espressione di puro amore che vale più di ogni opera, la vita contemplativa sviluppa

una straordinaria efficacia apostolica e missionaria” (ib.).

La contemplazione, così descritta, non può essere ridotta a dimensioni

intellettualistiche, né può dare adito ad evasioni esoteriche. Vita Consecrata

radica la contemplazione sul fondamento di un amore personale ed esclusivo, in

cui traspare l‟affascinante seduzione dell‟unione sponsale. Forse questo rapporto

tra contemplazione e vita monastica non è stato ancora sufficientemente

valorizzato, almeno in ambito francescano. È importante che l‟Esortazione

apostolica descriva la vita monastica all‟interno della riflessione globale sulla

vita consacrata, e ne sottolinei gli aspetti specifici.

Ritengo dunque che la “radicalità di un‟esistenza „sponsale‟, dedicata

totalmente a Dio nella contemplazione” debba caratterizzare le monache rispetto

alle altre religiose, e costituisca il loro orizzonte carismatico3.

Come si pongono le Clarisse dinanzi a questa proposta di vita

contemplativa? Possiamo accogliere le indicazioni contenute nelle Costituzioni

Generali, che certamente manifestano l‟autocoscienza carismatica dell‟Ordine.

3 Naturalmente“la contemplazione” (conoscenza sperimentale ed amorosa di Dio, nel

mistero della grazia e della storia) non si identifica con “la vita contemplativa” (stile e

organizzazione di vita di un ordine religioso che mira alla contemplazione). Non basta essere

membro di un certo ordine religioso per essere un contemplativo e non tutti i contemplativi

sono religiosi. Ma questo è un altro problema, che richiederebbe una riflessione molto più

ampia.

6

Nel cap. I, intitolato non a caso: “L‟Ordine delle monache di santa Chiara”,

proprio nell‟art. 1 si precisa “La natura del nostro Ordine”:

“La nostra famiglia, dunque, che a ragione viene chiamata „Ordine di santa Chiara‟, o

anche „Ordine delle Sorelle Povere‟ e costituisce il Secondo Ordine francescano, dedita

a vita integralmente contemplativa, professa l‟osservanza del Vangelo secondo la

Regola confermata rispettivamente da Innocenzo IV o da Urbano IV”.

Le parole sono chiare e il riferimento a PC 7 mi sembra palese. Ma forse il

problema è proprio questo. Il carattere monastico dell‟Ordine di santa Chiara

può intendersi semplicemente in riferimento alla sua vita integralmente

contemplativa. Non è questo che distingue l‟Ordine delle Sorelle Povere dalle

centinaia di istituti di suore francescane “di vita apostolica”? Conosco ottimi

istituti di suore francescane che professano proprio la Regola di santa Chiara - e

ne vivono la spiritualità - dedicandosi all‟insegnamento e alle opere socio-

assistenziali4.

Tra lessico e storia medievale

Ci si potrebbe domandare: ma come si chiamavano le religiose ai tempi di

santa Chiara? Mi sembra impresa disperata accanirsi sui testi antichi e medievali

alla ricerca di una terminologia omogenea e sistematica.

Termini come puella sacra, virgo Christi, sponsa Christi, ancilla Dei,

sacrata Dei virgo e tanti altri sono usati sin dall‟antichità senza che mai nessuno

di essi diventi esclusivo. In Occidente, verso i secoli VIII-IX il nome

sanctimoniales sembra prevalere, assumendo il ruolo di genere per le donne che

vivevano secondo una regola monastica (allora quella prevalente, ma non

esclusiva, era la benedettina). All‟interno delle sanctimoniales in epoca

carolingia si distinguono le canonichesse (canonicae), asceti che vivono in

comunità ma non professando una regola monastica. Per l‟epoca che ci riguarda

il Rocca afferma:

“L‟arrivo di monache legate a Ordini monastici centralizzati (Cluniacensi, Certosine

ecc.), a Ordini militari e a Ordini mendicanti (Domenicane, Clarisse ecc.) non ha

portato a una nuova terminologia, ma alla denominazione propria dell‟Ordine di

appartenenza, che è servita a specificare il tipo di vita (Certosine, Cistercensi,

Vallombrosane, Silvestrine, Clarisse, Carmelitane ecc.). Di fatto, nei loro confronti si

4 Per esempio le Clarisse Francescane Missionarie del SS. Sacramento, le Suore

Francescane di S. Filippa Mareri e le Suore Clarisse Apostoliche.

7

usano comunemente i termini generici di sorores, sanctimoniales o moniales, e quelli

specifici per indicare l’Ordine cui appartengono. A conferma che, nel medioevo, il

termine moniales era divenuto di uso comune, valgano alcuni riferimenti tratti dalla

storia delle Damianite e Clarisse: papa Gregorio IX, inviando nel 1228 la Formam et

modum vivendi alle Damianite di Pamplona, parla di pauperibus monialibus reclusis;

s. Chiara, nella regola approvata nel 1253, parla di consacrare una sorella in monialem;

e papa Urbano IV conosce, oltre ai termini di sorores e di dominae, anche quello di

moniales (I. Omaechevarría, ed., Escritos de santa Clara, Madrid 19822, p. 214 per

Gregorio IX; p. 286 per la consacrazione in monialem; p. 329 per Urbano IV) ”

5.

Anche nell‟ambito monastico maschile il termine fratello (frater) è

sempre stato usato. Ad esempio san Benedetto nella sua Regola si rivolge ai suoi

monaci chiamandoli cristianamente fratres. Basta leggere la sua Regola per

constatarlo. E Guglielmo di St.-Thierry scrive il trattato di vita spirituale “Ad

fratres de monte Dei” per una nuova comunità di certosini6. Nessuno dubiterà

che questi fratres benedettini e certosini siano monaci! Le parole fratello e

sorella, nei testi cristiani, sono termini generalissimi, che in fin dei conti si

possono applicare ad ogni persona, anche non battezzata. La questione dunque

non si risolve a parole.

Ho sentito dire più volte che non bisogna usare la parola monaca perché

nei testi di Chiara si troverebbe solo una volta (RegCh XI,9, dove si parla della

“consacrazione a monaca di qualche sorella”). Chiara invece usa con

abbondanza i termini sorella, madre, sposa, serva, regina, monastero ecc.

Non mi sembra che queste osservazioni dimostrino granché. Nei pochi

scritti che ci restano di Chiara si trovano raramente, o non si trovano affatto,

anche altre parole, come Eucaristia, risurrezione e Spirito Santo7. Cosa ne

possiamo dedurre? Non mi sembra serio pretendere di ricostruire il pensiero di

una persona da quello che non ha detto, o non ha detto usando le stesse parole

che noi usiamo nel XXI secolo. Sappiamo che le dimostrazioni ex silentio sono

le meno probanti. Noi frati, semmai, dovremmo sentirci più condizionati dal

linguaggio di Francesco, che non dice mai “Sorelle”, ma piuttosto “Signore”:

“Io frate Francesco piccolino […] prego voi, mie signore (dominas meas) e vi consiglio

che viviate sempre in questa santissima vita e povertà” (UVol 1-2; RegCh VI,7-8).

5 G. ROCCA, Sanctimoniales, I. Questioni di vocabolario, in Dizionario degli istituti di

perfezione, vol. X, Paoline, Roma 2003, 702. 6 Cf. GUILLAUME DE ST.-THIERRY, La lettera d’oro, a cura di C. LEONARDI, Sansoni,

Firenze 1983. 7 Cf. J.F. GODET et G. MAILLEUX, Corpus des Sources Franciscaines V, Opuscula

sancti Francisci. Scripta sanctae Clarae, Publications du CETEDOC, Louvain 1976.

8

Questo testo, inserito da Chiara nella sua Regola, testimonia fedelmente il

modo di parlare di Francesco. L‟espressione è confermata dai Tre Compagni, a

proposito della profezia fatta durante il restauro di S. Damiano:

“Venite, aiutatemi nel lavoro per la chiesa di San Damiano, che diventerà un monastero

di signore, (monasterium dominarum) e per la fama della loro santa vita, sarà glorificato

in tutta la chiesa il nostro Padre celeste” (3Comp 24).

Santa Chiara stessa, nel suo Testamento, convalida l‟episodio:

“Venite ed aiutatemi nell‟opera del monastero di San Damiano (monasterii Sancti

Damiani), perché qui tra poco ci saranno delle signore (erunt dominae): nella loro

esistenza degna di fama e del loro santo tenore di vita sarà glorificato il Padre nostro

celeste in tutta la sua santa Chiesa” (TestCh 13-14)8.

Se volessimo riesumare, in maniera rigida e pignola, il linguaggio cortese

di san Francesco dovremmo rivolgerci alla Clarisse chiamandole “signore” o

“madonne”. Sarebbe abbastanza ridicolo! Ma la questione è diversa. Si possono

usare vari appellativi per rivolgersi ad una religiosa, in maniera familiare o

spirituale o anche poetico: suora, sorella, monaca, regina, signora, sposa di

Cristo ecc. Cosa ben diversa è definire canonicamente l‟istituzione di religione,

ossia la tipologia, il carattere carismatico e canonico di una forma di vita

religiosa in ambito ecclesiale.

Dal linguaggio cortese alle definizioni istituzionali

Se esaminiamo la storia vediamo che la definizione istituzionale del

monastero di S. Damiano deve essere compresa all‟interno delle vicende

ecclesiali contemporanee. I rapporti tra le sorelle di Chiara, le altre comunità di

Signore Povere o Recluse e poi l‟Ordine di santa Chiara (esito finale di

un‟evoluzione guidata dai pontefici) sono stati analizzati fino all‟esasperazione.

In questa graduale maturazione ecclesiale gli aspetti giuridici si intessono, in

modo inestricabile, con la crescita spirituale delle comunità. È significativo che

Chiara, donna così mistica, abbia tenacemente voluto il riconoscimento giuridico

8 Ci sembra invece poco credibile la tardiva testimonianza di frate Stefano: “Quando

poi venne a conoscenza che le donne raccolte in quei monasteri venivano chiamate sorelle, si

turbò grandemente e si dice che abbia esclamato: „Il Signore ci ha tolte le mogli, il diavolo

invece ci procura delle sorelle‟” (Cronaca di frate Stefano 4).

9

del suo carisma da parte della Chiesa, con l‟approvazione ufficiale della sua

Regola. La ricerca storica sembra oggi aver raggiunto alcuni punti sicuri9.

Nel 1215 il Concilio Lateranense IV cercò di porre un limite a quella che

sembrava un‟effervescenza eccessiva e disordinata di comunità religiose. Emanò

a questo fine la famosa costituzione Ne nimia religionum diversitas, nella quale

si proibiva che per il futuro si fondassero nuovi ordini religiosi (novam

religionem). Chi avesse voluto abbracciare una forma di vita religiosa avrebbe

dovuto scegliere una di quelle già approvate. Ugualmente chi avesse voluto

fondare una nuova casa religiosa avrebbe dovuto assumere la regola e gli

ordinamenti di un ordine religioso già approvato10

. Si stabiliva dunque che tutte

le nuove fondazioni dovessero camminare nella via sicura delle antiche regole

già approvate. Le regole più prestigiose e diffuse erano allora quella agostiniana

per la vita canonicale, quella benedettina per la vita monastica e quella basiliana

per i cenobi di rito greco. Accanto alla Regola, quale garanzia canonica, la vita

delle comunità si basava poi su una propria institutio, ossia su consuetudines e

observantiae particolari.

La regola benedettina venne dunque assunta dalla comunità damianita

come “clausola di regolarità”, a garanzia della canonicità della vita religiosa che

conduceva, per ricevere l‟approvazione della Santa Sede. Papa Innocenzo IV nel

1243, in una lettera ad Agnese di Praga, spiegherà autorevolmente che

l‟osservanza della regola di san Benedetto, nell‟Ordine di S. Damiano, serviva

solo a garantire l‟autenticità della vita religiosa11

.

A S. Damiano dunque l‟esempio vivo e la parola di Francesco erano la

guida concreta e immediata del cammino spirituale. Siamo in una fase fluida

dello sviluppo comunitario, in cui ancora manca la chiarezza giuridica degli anni

successivi. Nemmeno i Frati Minori avevano ancora una Regola approvata. Le

sorelle di S. Damiano non diventano per questo “benedettine” in senso proprio,

ma adottano una configurazione canonica di tipo monastico. Il fatto non può

essere ritenuto casuale, perché la Regola di santa Chiara, pur seguendo

9 La bibliografia sarebbe sterminata. Ottima guida per lo studio di questa evoluzione

storica può essere il lavoro recentemente pubblicato dalle Sorelle della FEDERAZIONE S.

CHIARA DI ASSISI DELLE CLARISSE DI UMBRIA-SARDEGNA, Chiara di Assisi. Una vita prende

forma. Iter storico, Messaggero, Padova 2005. 10

Conciliorum Oecumenicorum Decreta, a cura di G. ALBERIGO, G.L. DOSSETTI, P.P.

JOANNOU, C. LEONARDI, P. PRODI, consulenza di H. JEDIN, ed. bilingue, EDB, Bologna 1991,

242. 11

INNOCENZO IV, In divini timore nominis, in BF I, 315-17. Trad. it. in FEDERAZIONE

S. CHIARA DI ASSISI DELLE CLARISSE DI UMBRIA-SARDEGNA, Chiara di Assisi…, 148-150.

10

principalmente quella dei Frati Minori, conserverà tracce notevoli di quella

benedettina.

“non si deve dimenticare che S. Chiara non ha optato per l‟istituzione di religione

canonicale (Regola agostiniana), ma ha optato per l‟istituzione di religione monastica

(Regola Benedettina). Poiché S. Chiara ha abbracciato l‟istituzione di religione

monastica, la legislazione clariana, comunque rielaborata, dovrà sempre essere una

legislazione monastica, fedele interprete di questa eroica esperienza di vita

evangelica”12

.

Di solito si dice che la comunità di S. Damiano fu costretta a professare la

Regola di san Benedetto e san Francesco costrinse santa Chiara a diventare

badessa (cf. Proc I,6) solo per ottemperare alle disposizioni del Concilio

Lateranense. Ma possiamo essere così sicuri che appena nel 1214-15 santa

Chiara pensasse già a fondare una nova religio?

È stata sostenuta, in maniera più convincente, un‟altra tesi. Chiara, che

all‟inizio delle sua vocazione aveva promesso obbedienza a Francesco (RegCh

I,4 e TestCh 25), fu da lui stesso sollecitata ad assumere il governo della

comunità, per favorire lo sviluppo del carisma comunitario, che si andava

delineando progressivamente con l‟esperienza. Si trattò di un discernimento

spirituale, non di un ripiego forzato13

.

L‟obbedienza verso Francesco agli inizi fu ovviamente più stretta e

personale. Con la maturazione della comunità damianita, e con la costituzione

canonica di un Ordine dei frati minori, assumerà forme meno pressanti. Nella

Regola del 1253 arriverà a configurarsi come un vincolo d‟unità storico e

spirituale, con i successori di Francesco e tutti i frati. Un legame più carismatico

che giuridico. Nelle fonti antiche il rapporto genetico tra i due Ordini è

comunemente attestato, e santa Chiara affermerà sempre con forza che l‟Ordine

delle Sorelle Povere è stato fondato da san Francesco.

Per questo le Clarisse non potevano non essere “affidate” alla cura

dell‟Ordine dei Frati Minori14

. Appena dopo la morte di san Francesco papa

Gregorio IX, con la lettera Quoties cordis del 14.12.1227 ordinava, in virtù di

12

A. BONI, Tres Ordines hic ordinat. Giuliano da Spira, a cura dell‟Ufficio Giuridico

della Curia Generale OFM, Porziuncola, Assisi 1999, 84. 13

FEDERAZIONE S. CHIARA DI ASSISI DELLE CLARISSE DI UMBRIA-SARDEGNA, Chiara

di Assisi…, 28. 14

Papa Innocenzo IV nel 1246 precisa che, affidando ai Minori la cura spirituale, non

intende affatto incorporare i monasteri al loro Ordine: INNOCENZO IV, Licet olim del 12 luglio

1246, in BF I, 420.

11

obbedienza, al ministro generale e ai suoi successori di prendersi cura delle

Povere Monache recluse:

“considerando che l‟Ordine dei Frati Minori tra tutti gli altri è grato e accetto a Dio, a

te e ai tuoi successori affidiamo la cura (curam committimus) delle predette monache,

ordinandovi rigorosamente in virtù d‟obbedienza, di avere verso di esse cura e

sollecitudine (curam et sollicitudinem) come di pecore affidate alla vostra custodia”15

.

Le parole di questa lettera evocano spontaneamente quelle della forma

vivendi, con cui san Francesco si impegnava a concedere per sempre la sua cura

alle sorelle di S. Damiano:

“Il beato padre […] scrisse per noi una forma di vita in questo modo: „Poiché per

divina ispirazione […], voglio e prometto, per mezzo mio e dei miei frati, di avere

sempre di voi come di loro, cura diligente e sollecitudine speciale‟ (volo et promitto

per me et fratres meos semper habere de vobis tamquam de ipsis curam diligentem et

sollicitudinem specialem). Ciò che adempì diligentemente finché visse, e volle che

fosse sempre da adempiere dai frati” (RegCh VI,2-5).

Evidentemente l‟intenzione di Gregorio IX era quella di estendere il

legame speciale, voluto da san Francesco con il monastero di S. Damiano, anche

alle altre comunità di Povere Recluse. Data la somiglianza tra i due testi su

riportati mi sembra difficile pensare che Chiara sia stata del tutto estranea a

questa iniziativa. Il testo originale della forma vivendi era certamente conservato

con premura a S. Damiano. Ad esso attinse anche Tommaso da Celano, per

parafrasarlo nel suo Memoriale (2Cel 204) e infine fu riportato da santa Chiara

nella Regola del 1253. All‟impegno di Francesco corrisponde l‟affidamento

delle sorelle presenti e future ai ministri generali e ai frati tutti dell‟Ordine, fatto

dalla stessa Madre nel suo Testamento:

“E, come il Signore ci donò il beatissimo padre nostro Francesco come fondatore,

piantatore e cooperatore nostro nel servizio di Cristo e in quanto promettemmo al

Signore e al beato nostro padre, il quale inoltre, finché visse, con la parola e con l‟opera

fu sempre sollecito di coltivare e nutrire noi, sua pianticella; così raccomando e affido

(recommendo et relinquo) le mie sorelle, presenti e quelle che verranno al successore

del beatissimo padre nostro Francesco e a tutta la Religione, affinché ci siano di aiuto a

progredire sempre in meglio nel servizio di Dio e specialmente nell‟osservare meglio la

santissima povertà” (TestCh 48-51).

15 Testo in BF I, 36, n. 16. Traduzione italiana in Chiara d’Assisi. Scritti e documenti,

a cura di G.G. ZOPPETTI e M. BARTOLI, Ed. Francescane, Assisi 1994, 394-395.

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La Madre affida le sue figlie all‟Ordine dei Frati Minori, chiedendo cura e

aiuto spirituale per custodire la loro vocazione, in continuità con l‟opera di padre

e fondatore svolta da san Francesco. All‟interno dell‟istituzione di vita

monastica santa Chiara seppe sviluppare il carisma che lo Spirito le aveva

donato attraverso la mediazione di Francesco. Gli elementi che diedero

un‟impronta tipica alla nuova comunità religiosa furono lo stile di vita

evangelica e fraterna, la scelta dell‟altissima povertà, protetta dal Privilegium

paupertatis, e il legame privilegiato con i frati. Le soluzioni istituzionali

rimasero sempre al servizio della fedeltà carismatica, anche nei momenti più

oscuri e sofferti.

Distinguere per unire

Mi chiedo da cosa derivi l‟imbarazzo nei confronti del carattere monastico

dell‟identità clariana. C‟è forse, in alcuni frati, la visione speculare di un Ordine

di Sorelle sul modello dell‟Ordine dei Frati? C‟è forse, in alcune Clarisse, un

desiderio naturale di essere “come i frati” o di formare quasi un solo Ordine?

Non saprei rispondere.

Quello che è sicuro è che i Frati Minori (Primo Ordine) sono un ordine

apostolico. Per essi l‟evangelizzazione rientra nella natura stessa della loro

vocazione e della loro missione ecclesiale (cf. PC 8). Ciò è affermato con

chiarezza nei documenti ufficiali:

“Chiamati dal Signore e mossi dallo Spirito Santo, siamo inviati al mondo intero per

proclamare il Vangelo ad ogni creatura, così che tutti possano conoscere la grazia e

l‟amore che Dio Padre ci ha rivelato e ci ha offerto in Cristo Gesù. Annunciare e

realizzare la buona notizia del Regno è la vocazione dei frati minori, è la loro

missione. L‟Ordine dei Frati minori esiste per la missione, è una Fraternità-in-

missione. La missione per noi Frati minori prima di essere qualcosa che facciamo, è la

ragione per la quale siamo”16

.

Questo non significa che i frati minori non debbano essere contemplativi o

magari vivere in un romitorio. Ma non lo devono essere all‟interno di una vita

monastica che non è loro.

Le Clarisse invece (Secondo Ordine) sono monache, perché hanno

adottato una vita integralmente dedita alla contemplazione, secondo la specifica

forma vivendi che santa Chiara, nella sua Regola, afferma di aver ricevuto da

16 OFM, Seguaci di Cristo per un mondo fraterno. Guida per l’approfondimento delle

priorità dell’Ordine dei Frati Minori (2003-2009), Curia Generale OFM, Roma 2004, 33.

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san Francesco. Il carisma apostolico dei frati si armonizza col carisma

contemplativo delle Sorelle, formando un‟unica famiglia spirituale. Bisogna

distinguere per unire e non appiattire per confondere.

Sono d‟accordo che le Sorelle Clarisse non possono essere solo

genericamente delle monache, come le benedettine o le carmelitane, ma devono

essere anche Sorelle Povere, cioè vere figlie di santa Chiara. Non sono

d‟accordo che la forma vivendi specifica delle Sorelle Povere le collochi al di

fuori della tradizione e della spiritualità tipica dell‟istituzione monastica.

Compito dei Frati Minori, per incarico di san Francesco, è prendersi cura

diligente della loro vocazione.

Spero che queste poche riflessioni, condivise con fraterna semplicità,

possano contribuire ad una maggiore comprensione del carisma francescano-

clariano.

P. CARLO SERRI ofm.

Sacro Ritiro SS. Annunziata

66036 ORSOGNA CH