Ultimo atto a cura di Graziella Priulla. 22 2 Si parla finalmente di femminicidio. Si parla ancora...

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  • Ultimo atto a cura di Graziella Priulla
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  • Si parla finalmente di femminicidio. Si parla ancora troppo poco delle diverse forme che la violenza sulle donne assume, delle sue dinamiche spesso invisibili. Troppo poco delle diverse strade che tante donne coraggiose intraprendono, riuscendo a reagire interrompendo la spirale della violenza, e riconoscendola al primo apparire. Troppo poco di come dovremmo collettivamente reagire di fronte a questa barbarie. Perch c bisogno di un cambiamento culturale profondo, che attraversi tutta la societ. 3
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  • E ladeguamento - stentato - della lingua a una stortura di millenni 4
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  • 55 Euna recente categoria di analisi socio-criminologica delle violenze perpetrate nei confronti delle donne entro un rapporto di coppia. E un neologismo per indicare ogni forma di violenza posta in essere contro la donna in quanto donna. Inventare nuove parole serve: finch non hanno un nome, le cose sono invisibili Dare un nome a un problema essenziale sia per far sorgere consapevolezza della sua esistenza, sia per agire. Iniziare a chiamare gli omicidi misogini con il termine femminicidio serve a rimuovere la generalizzazione che deriva dalluso di parole quali omicidio e uccisione e comprendere invece i fattori di rischio specifici, la loro diffusione, le modalit per effettuare le indagini. 5
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  • 66 Un triste primato Ogni tre giorni in Italia una donna viene uccisa per mano del proprio partner Un fenomeno allarmante per le Nazioni Unite: eppure in Italia trattato come un reato di scarsa pericolosit sociale, quasi fisiologico e inevitabile. Anche per linformazione, il reiterarsi di questo crimine fa s che scenda la soglia di attenzione e che il trattamento della notizia sia ormai scaduto in un racconto di routine. E colpisce la frequenza con cui si usano, per raccontare questi crimini, categorie come "delitto passionale", "raptus di follia", o che si leggano titoli come: "lex confessa: lamavo pi della mia vita". "Gelosia", "passione", "amore" diventano facile movente e persino attenuante, che abbassa la soglia dellallarme sociale, nel silenzio delle famiglie normali. 6
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  • Nel mondo oltre 600 milioni di donne subiscono violenze sono 6 milioni 743.000 le donne italiane tra i 16 e i 70 anni che hanno subto almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita 3 milioni 961.000 donne sono state vittime di violenze fisiche (pugni, schiaffi ecc.) 5 milioni (il 23,7%) hanno subto violenze sessuali le vittime e i loro aggressori appartengono a tutte le classi e a tutti i ceti 7
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  • 9 Una mattanza sotto traccia E difficile conoscere il fenomeno della violenza dai dati delle statistiche amministrative, essendo le denunce scarsissime. Solo circa il 7% delle violenze, sia fisiche che sessuali da partner o ex-partner sono state denunciate, nel 33% dei casi le vittime non hanno parlato con nessuno della violenza subta, e soltanto nel 2,8% si sono rivolte ad un Centro antiviolenza. Ricerche nazionali e internazionali hanno evidenziato che 7-8 donne su 10 prima di essere uccise dal loro partner o ex partner avevano subto maltrattamenti o erano state perseguitate. 9 9
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  • Il sommerso rester sommerso? Emerger quando almeno i medici e gli operatori psico-sociali impareranno a cogliere le richieste daiuto non esplicite
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  • Troppo spesso gli stereotipi e i pregiudizi, ancora sottesi in tradizioni, istituti, ruoli e realt sociali attuali, trovano la donna incapace di quella consapevolezza che la condurrebbe a percepirsi nel suo ruolo di vittima quando questo fosse. E soggiogata troppe volte anche da una fragilit psicologica che la mantiene passiva, indulgente e tollerante, incline a sopportazione e oblativit come caratteristiche materne e quindi confacenti con il suo ruolo di donna. E soggiogata troppo spesso da una sudditanza economica, quando non possa contare sullefficienza di una rete istituzionale sistemica e coordinata che la protegga e la difenda. 11
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  • Il giudizio degli altri In molti casi, una donna in condizione di fragilit psicologica subisce lulteriore carico del giudizio dei familiari, che sminuiscono la sua condizione di sofferenza con frasi come "Te lo sei sposato e te lo tieni", e delle forze dellordine, che spesso scoraggiano quelle che vanno a denunciare: "Signora, il padre dei suoi figli: ci pensi bene". Per aiutarle a uscire dallisolamento dunque importante avvicinarsi loro con cautela e istruire in modo adeguato forze dellordine e operatori sociali. 12
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  • Il discorso pubblico prende forma Solo da pochi decenni abbiamo parole per descrivere questa forma di relazione che la violenza di un individuo su un altro di genere sessuale diverso. Scostato (strappato) il velo della normalit da quello che per secoli stato considerato naturale nella relazione tra i sessi, si cominciano a evidenziare e contare le uccisioni che prima rimanevano sullo sfondo della cronaca, quelle di donne da parte di uomini familiari e conoscenti. Prende forma un discorso pubblico intorno al fenomeno della violenza maschile sulle donne; emerge la sua portata. Solo individuando le cause profonde, psicologiche e culturali, della disuguaglianza di genere possibile affrontare adeguatamente la questione della violenza sulle donne che fortunatamente trova sempre pi spazio nel dibattito pubblico. 13
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  • Da una ricerca svolta nel 2010 nella provincia di Roma: Gli adolescenti si dividono a met tra i possibilisti e coloro che non accettano la violenza di genere. Uno su tre pensa sia lecito schiaffeggiare una donna e solo poco meno di uno su due ritiene che la gelosia non giustifichi un comportamento violento, continuando a vedere la gelosia come qualcosa di positivo, espressione dellamore e non della possessivit o della prevaricazione. Quasi un adolescente su tre pensa che siano pi a rischio le donne provocanti: lo stereotipo sottostante che queste donne siano corresponsabili della violenza che subiscono. Inoltre, luomo si deve far valere e deve sempre sapersi imporre: due terzi degli adolescenti ha interiorizzato questa virilit aggressiva. 14
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  • La rappresentazione mediatica 15
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  • Vittoria, giugno 2013 Un bidello uccide uninsegnante. Si scrive che l'assassino era "ferito" dall'"indifferenza" e "freddezza" dell'insegnante, quasi la colpa fosse di quest'ultima. 16
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  • O la colpa del caldo? 17
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  • Titoli di giornale su donne importanti 18
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  • Maschi vestiti, donne svestite: perch pare normale anche a molte donne? 19
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  • Paradossi
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  • E le pubblicit, che relazioni umane suggeriscono? E perch i maschi accettano che li si rappresenti cos? 22
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  • Ci che quasi sempre i media ci rimandano lesaltazione di un modello veicolato da volti e corpi selezionati per rispondere a criteri estetici ed ipersessuati: dalla messa in posa, allo sguardo seducente, allenfatizzazione di dettagli anatomici, fino ai ritocchi e ai rifacimenti che esaltano la perfezione formale. Troppo spesso la pertinenza delle immagini femminili non ha alcun nesso col tema in oggetto; la sola ragione fondante lattrattiva sessuale, piegata alle esigenze della comunicazione persuasiva (il sesso fa vendere).
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  • 4 compagnie telefoniche concorrenti 14 offerte diverse in anni diversi 25
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  • Non stiamo dicendo che messaggi come questo provochino direttamente la violenza. Non cos semplice. Trasformare un essere umano in una cosa che quasi sempre il primo passo per giustificare la violenza contro la persona. Lo vediamo con il razzismo. Lo vediamo con lomofobia. Lo vediamo con il terrorismo. Nella storia della nostra specie deumanizzare serve a pensare laltro essere umano incompleto, animale, oggetto. Serve a compiere azioni inaccettabili in un contesto normale. Queste sottrazioni di umanit accompagnano la nostra vita senza che spesso ne abbiamo consapevolezza. 26
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  • 27 Ti amo, perci ti uccido 27 Lanalisi storica e sociologica aiuta a comprendere. Non perch gli uomini sono malvagi che alcuni di loro umiliano o uccidono le loro compagne, ma perch la societ nel corso dei secoli ha creato in loro la convinzione di essere i legittimi proprietari del corpo femminile e che il loro desiderio fosse il solo a contare. Questa convinzione, costruita socialmente e culturalmente e radicata nella legge, nella letteratura e nei media, crea quello squilibrio di genere che allorigine della violenza e che deve cambiare. 27
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  • Remo Bodei, filosofo: Quali sono le radici della violenza? Possiamo individuarne due. Una viene dal passato, ed leredit della cultura patriarcale secondo la quale la donna deve essere sottomessa al volere del maschio, che sia il padre, il marito o il fidanzato: un essere senza autonomia da educare a cinghiate ogni volta che si ribella. A questa violenza endemica se ne aggiunge unaltra. Molti uomini non riescono ancora ad accettare lemancipazione femminile, non sopportano lidea di aver perso autorit sulle compagne. E per ristabilire il loro primato reagi