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    16-Oct-2020
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  • Speciale potatura: Diamoci un taglio!

    di Angelo Ranzenigo

    Diamoci un taglio! Sempre più spesso l’approccio alla potatura di un albero o di un cespuglio ornamentali è motivato da “imprescindibili” finalità di contenimento delle dimensioni, di messa in sicurezza per la stabilità o di bellezza estetica della pianta che nella maggior parte dei casi sono soltanto giustificazioni arbitrarie. Se escludiamo dal discorso i vegetali da produzione (come ad esempio le piante da frutto) la cui potatura è necessaria per contrastare la naturale alternanza di produzione, il taglio dei rami in un esemplare coltivato in giardino che sia stato posto a dimora alle dovute distanze da edifici o linee di servizi è giustificato solo da una eventuale presenza di danni e rotture che ne possono minare la salute e la sicurezza verso terzi. La potatura non è mai un intervento curativo e non serve a migliorare lo stato di salute del vegetale: è giustificata solo come prevenzione verso danni meccanici dovuti a rotture o degradazioni del legno. Se osserviamo con attenzione le piante in natura è facile renderci conto che al di là dell’espressione fenotipica evoluta dalle varie specie, la loro forma risulti nella stragrande maggioranza dei casi omogenea, regolare…e non per le assidue attenzioni delle forbici del giardiniere. La chioma, globosa o piramidale che sia, porta ad ottimizzare l’efficienza

    Nel glossario in fondo all'articolo si trova la spiegazione delle parole in corsivo

    fotosintetica del vegetale…che si traduce ovviamente in energia a disposizione per l’omeostasi e la crescita. Proprio da questo dovrebbe partire il ragionamento di chi si appresta a “regolare” lo sviluppo di un albero con interventi cesori. La potatura è una pratica che interagisce ed influenza l’equilibrio e la crescita dei vegetali e, come abitualmente cerchiamo informazioni da esperti e veterinari quando decidiamo di occuparci di un nuovo amico a quattro zampe, dovremmo imparare a porci le stesse domande nei confronti delle piante: come crescono, come si nutrono, quali condizioni climatiche prediligono, come si regolano e comunicano. Quanti di noi hanno risposto a questi quesiti prima di tentare di potare una pianta? Molti si accontentano di tentare di ripetere sul proprio vegetale quanto visto fare da altri o di cercare nella propria memoria i ricordi esperienziali di persone con più pratica. Ma, se pur vero che proprio grazie alla loro enorme esperienza, oggi possiamo affermare di non aver mai visto commettere grossi errori sulle piante dai nostri nonni, mi domando cosa sarebbero stati in grado di fare se avessero avuto la possibilità di accedere alla conoscenza e alle nozioni che oggi noi facilmente possiamo reperire anche solo attraverso il web.

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  • Cerchiamo sinteticamente di capire l’albero. Innanzitutto possiamo partire dal dato di fatto che la potatura dei vegetali è possibile grazie ad una loro peculiarità: a differenza degli animali, sono a crescita indefinita, regolata da molecole messaggere, gli ormoni, che già in piccole concentrazioni sono in grado di mettere in comunicazione le cellule tra loro attraverso segnali recepiti dalle proteine bersaglio. Comunicano informazioni. Pensiamo a quando preleviamo un rametto da un cespuglio per farne una talea. Effettuiamo il taglio in maniera pulita, poniamo la talea nel terreno e dopo qualche mese torniamo ad osservare il nostro cespuglio e il nostro rametto. Dalla zona vicina al punto di potatura sul cespuglio troveremo nuovi rametti mentre sul punto di taglio della talea saranno state generate delle radici... Ma come ha fatto lo stesso tessuto a generare rami laddove servivano nuovi rami e radici là dove mancavano le radici? La risposta oggi è semplice e la ritroviamo in ciò che la selezione naturale ha preferito. I vegetali sono organismi sessili: a parte rarissime eccezioni nascono e vivono tutta la propria vita nello stesso punto. Questo implica che non possano che “subire” tutto ciò che li circonda: clima, animali erbivori, parassiti e patogeni. Sono costretti a conviverci e una ottima strategia per sopravvivere è ad esempio la capacità di compensare l’asportazione o la rottura di parti di esse attraverso lo sviluppo e la sostituzione con altre aventi la stessa funzione. I vegetali hanno cellule meristematiche

    totipotenti distribuite sulla maggior parte del loro cormo: opportunamente stimolate queste cellule si differenziano in tessuti diversi originando rami e radici, cercando di ricostituire l’equilibrio chioma-radice che è alla basa dello stato di salute del vegetale. E proprio questo equilibrio è fondamentale per la sua crescita o il suo mantenimento in salute: esiste un preciso collegamento tra la chioma (attività fotosintetica) e l’apparato radicale (assimilazione di acqua e sali minerali) e la modificazione del volume di uno dei due parametri obbliga il vegetale al ridimensionamento dell’altro. Ovviamente la capacità di risposta dell’albero è in relazione al suo stato fisiologico: gli scambi tra chioma e radici sono maggiori durante la giovinezza e diminuiscono progressivamente in età matura e nella fase di insenilimento. Quando potiamo asportiamo parte della chioma riducendo di conseguenza la capacità fotosintetica dell’esemplare che si ripercuoterà su un ridimensionamento dell’apparato radicale che “serviva” quella parte di chioma. Con l’emissione dei nuovi rami in primavera la pianta compenserà tale mancanza con lo sviluppo di nuove radici andando a ricercare un nuovo livello di equilibrio. Ora sappiamo cosa accade sotto i nostri piedi quando tagliamo i rami: ecco spiegato il motivo per cui non possiamo considerare la capitozzatura una tecnica di potatura. Se intesa come tale, è e resta una pratica barbara e insensata in quanto è causa di uno

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  • scompenso enorme di quell’equilibrio che sappiamo essere alla base della salute di una pianta. La potatura migliore è quella che riesce a limitarsi alla più piccola percentuale di asportazione del volume della chioma pur ottenendo il risultato cercato. Ma torniamo all’osservazione degli alberi in natura: come fanno a mantenere la forma della loro chioma regolare? A questo pensano le gemme e gli ormoni che segnalano opportunamente ad esse la necessità o meno di sviluppo. Sulla cima di ogni rametto, anche del più piccolo, c’è una gemma, quella chiamata apicale o “dominante”: finché presente, il ramo potrà crescere in lunghezza nella direzione della gemma e tenderà a inibire o rallentare lo sviluppo di gemme laterali, posizionate lungo l’asse di tutto il rametto. Vi siete mai domandati come mai, al taglio dissennato di un ramo, spesso il vegetale risponda con l’emissione di molti rametti nella zona prossimale al taglio? Con la potatura abbiamo asportato la gemma apicale che quindi porta alla scomparsa della sua dominanza: le gemme laterali, non più inibite dagli ormoni prodotti da quella apicale iniziano il loro sviluppo, nel tentativo del vegetale di ripristinare un apice di crescita. Ma se il taglio non è stato effettuato in prossimità di una gemma laterale, molte gemme dormienti che non si sarebbero sviluppate iniziano la loro crescita

    contemporaneamente con la conseguente formazione di “scopazzi”, quegli orribili assembramenti di rami che sembrano partire dallo stesso punto di inserzione e che sempre più spesso possiamo osservare sugli alberi nei giardini. Ora è facile intuire quanto sia importante conoscere e riconoscere le gemme e la loro posizione, in quanto con la loro asportazione determiniamo sia la futura forma del vegetale, sia il suo livello di salute.

    Adesso che conosciamo le parole chiave dello sviluppo e dell’organizzazione di un vegetale, cioè il rapporto chioma- radici, la dominanza apicale (gemme) e gli ormoni come

    messaggeri, non ci resta che imparare a riconoscere il momento più opportuno per la potatura. Anche per questo aspetto, tralasciamo per un attimo la memoria e proviamo invece a rispondere ricercando nella scienza le informazioni e il ragionamento corretto. La potatura con l’asportazione dei rami ovviamente comporta da un lato la sottrazione di riserve energetiche immagazzinate nella pianta e dall’altro obbliga contemporaneamente ad uno sforzo energetico grande per la ricostituzione dell’apparato fotosintetico e per la rimarginazione delle ferite. Il momento ottimale sarà allora quello in cui la pianta ha la

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  • maggior energia potenziale (cioè quella che potenzialmente potrà utilizzare a tale scopo) a disposizione. Questi momenti sono stati ben determinati e descritti da tempo attraverso la curva di Askenasy, la quale evidenzia due momenti di massima criticità legati al livello energetico ridotto a disposizione dell’albero. Il primo è in primavera, con massima criticità corrispondente al momento in cui termina la distensione fogliare in cui la pianta ha utilizzato buona parte dell’energia accumulata nell’anno precedente per ricostituire la superficie fotosintetica che le permetterà di recuperare nuova energia. Il secondo momento critico è in autunno, con particolare pericolo nella fase di caduta de