Pedulla Paladini Ariosto Sulle Ceramiche

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    24-Oct-2015
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  • C la morte di Piramo e Tisbe e c Apollo allinse-guimento di Dafne. C Alessandro Magno e c Enea davanti alle mura di Troia. C Circe, con Ulisse, e c la Roma dei Medici come novella Babilonia. E le imma-gini appartengono tutte allo stesso servizio di maioliche istoriate: uno dei pi famosi dellintero Rinascimento, realizzato a Urbino nel 1532-33 per Antonio Pucci, che giusto nel settembre dellanno precedente era stato ele-vato da Clemente VII alla dignit di cardinale. Nulla di troppo sorprendente: la famiglia dei Pucci era tra gli alleati di pi antica data dei Medici e con quella nomina Antonio veniva chiamato dal papa a ricoprire lo stesso ruolo chiave appartenuto sino a quel momento a suo zio Lorenzo (1458-1531). Tuttavia la conferma di una dignit tanto importante al nipote andava celebrata lo stesso con tutta la magnificenza che la carica implicava, e non era strano che per una commissione di prestigio ci si rivolgesse a uno dei centri pi rinomati per questo genere di manufatti.

    Per un servizio di qualit, di quella qualit, le alterna-tive non erano molte. Da alcuni anni, infatti, gli artigiani di Urbino contendevano con successo a quelli di Faenza il primato nella fabbricazione delle maioliche istoria-te o figurate (ancora oggi, in francese e ingle se il termine con cui si allude alla maiolica rimanda a questa citt: rispettivamente faance e faience); mentre per a Faenza mancava una corte che stimolasse la produzione di beni di lusso, Urbino, centro di una piccola signoria passata nel 1508 dai Montefeltro ai Della Rove re, ve-niva a trovarsi in una condizione assai pi favorevole. La creta della zona, che ancora oggi alimenta lindustria locale di mattoni, riforniva le botteghe specializ zate, e lo stesso duca Francesco Maria Della Rovere aveva cercato di stimolare la produzione e il commercio ad ampio rag-gio sin da quando nel 1521 aveva ripreso possesso del proprio dominio dopo cinque anni di esilio.

    Anche nel caso del servizio Pucci, peraltro, non da escludersi la mano del duca, che aveva conosciuto bene lo zio del nuovo cardinale. Alla met degli anni venti Francesco Maria e Lorenzo si erano trovati infatti a mili-tare fianco a fianco. Clemente VII, sino a quel momen to

    famoso per la sua politica filospagnola, una volta eletto papa aveva compiuto un improvviso cambio di fronte, promuovendo unalleanza contro limperatore Carlo V assieme al re di Francia e alla repubblica di Venezia, le cui truppe erano allora capitanate proprio dal Del-la Rovere. In quelloccasione, il duca e il cardinale si erano trovati entrambi nel difficile partito di quanti, allinterno dello schieramento antispagnolo, non appro-vavano la nuova linea del papa e invitavano alla pruden-za. Quando, dopo un brillante inizio, le cose avevano cominciato a mettersi male per i nemici di Carlo V, al duca di Urbino, in qualit di generale del contingente pi forte, sarebbe spettata la difesa di Roma contro lesercito di Lanzichenecchi calato dalla Germania, ma Francesco Maria aveva rinunciato subito a ingaggiare il nemico in battaglia; cos che, dopo il sacco del 1527, in molti avevano sospettato che sulla sua scelta avessero influito antichi dissapori con i Medici, direttamente re-sponsabili (nella persona di Leone X) di aver scacciato da Urbino i Della Rovere per insediarvi quel giovane Lorenzo (1516) che noi oggi ricordiamo anzitutto quale dedicatario del Principe di Niccol Machiavelli.

    Anche se non pochi ritenevano che il comportamen-to del duca fosse stato originato dal desiderio di vendet-ta, la devastazione della capitale della cristianit aveva finito per danneggiare soprattutto i consiglieri di Cle-mente VII responsabili della svolta filofrancese (tra cui Francesco Guicciardini). Per questo, quando limpera-tore e il pontefice si erano rappacificati, Francesco Ma-ria Della Rovere e Lorenzo Pucci avevano preso parte da veri trionfatori alla cerimonia di incoronazione di Carlo V a Bologna, nel febbraio del 1530, e lo stesso Antonio Pucci, allora vescovo di Pistoia, aveva personalmente orchestrato la cerimonia con cui la spada recata dal duca di Urbino era stata consegnata al papa e da questi allim-peratore assieme alle parole Accipe gladium sanctum, prendi questa santa spada. Un affresco realizzato poco dopo gli eventi nella sala dei semibusti di Villa Impe-riale, nelle vicinanze di Pesaro (dal 1513 capitale del Ducato di Francesco Maria), rappresenta esattamen te questa scena (fig. 1).

    Urbino, 1532-33Paladini dargilla: Ariosto sulle ceramiche

    francesco xanto avelli dipinge un servizio di maioliche istoriate per il nuovo cardinale antonio pucci. ariosto sulle ceramiche. la rapidis-sima canonizzazione di un classico moderno. la legge del desiderio. il ruolo degli illustratori dellorlando furioso nella fortuna del poema. tasso alla ricerca delleroe. visivit di ariosto? il sogno dellimpero universale

  • Paladini dargilla: Ariosto sulle ceramiche 17

    Proprio a causa della stretta relazione tra le due fa-miglie non difficile supporre che, due anni dopo il suc-cesso bolognese, il duca di Urbino abbia pensato di sa-lutare la nomina del nipote del proprio principale allea-to in Curia con un regalo tanto prezioso, da intendersi quale memento di unantica amicizia che doveva passa-re intatta alla nuova generazione. Una ipotesi tanto pi credibile alla luce del fatto che diverse maioliche del ser-vizio alludono al sacco di Roma, presentato come un ef-fetto della politica scriteriata di un avido e corrotto Cle-mente VII, manifestando la volont di tramandare una precisa interpretazione degli eventi appena trascorsi: non diversamente da quanto, secondo una prospettiva radicalmente opposta, lo sconfitto Guicciardini avreb- be fatto qualche anno pi tardi nella Storia dItalia, nel tentativo di attribuire tutta la responsabilit del sacco alla sospetta inattivit di Francesco Maria.

    Probabilmente non sapremo mai con assoluta certez-za chi abbia commissionato il servizio con il simbolo della famiglia Pucci dipinto su ogni pezzo (una testa di un moro con una fascia sulla fronte e tre martelli); gli storici dellarte concordano per almeno nel dire che si tratta di un prodotto di fattura particolarmente squisi-ta, oltre che di gran valore. Se la moda delle ceramiche figurate si era diffusa solo di recente (i primi esemplari sopravvissuti risalgono alla fine del Quattrocento), lar-te della maiolica era assai pi antica ed era penetrata in Italia tra la fine del xii e linizio del xiii secolo, dal Nord Africa e dalla Spagna musulmana (il nome maiolica, asso -ciato alle ceramiche smaltate divenute di moda nel xv se-colo, deriverebbe dalla citt di Malaga). Il procedimen-to era lungo e laborioso e prevedeva innanzitut to la rea -lizzazione della ceramica, poi la smaltatura e unultima mano di cristallina-vetrina trasparente prima di una se-

    Figura 1. Dosso Dossi e Girolamo da Carpi, Clemente VII incorona Carlo V davanti a San Petronio a Bologna (1530 circa).

  • 18 Urbino, 1532-33

    conda passata nel forno. Lultima cottura avveniva alla temperatura di circa 950 gradi centigradi e questo re-stringeva di molto la variet dei colori che potevano es -se re utilizzati (blu, verde, giallo, ocra-marrone, marrone scuro, manganese-porpora, bianco e nero), mentre au-mentava la percentuale delle rotture facendo lievitare il costo del prodotto finito.

    Sulla smodata passione degli uomini del tempo per questo genere di manufatti ci informa persino con un certo stupore Giovanni Pontano nel De magnificentia: C qualcuno che preferisce un vasetto piccolissimo, di quelli detti di porcellana (porcellanica), come la chiama-no, ai vasi dargento e di oro, che pure sono di costo maggiore. I Pucci, che nel Quattrocento si diceva fos-sero stati i primi fiorentini ad adoperare la forchetta a tavola, sembravano particolarmente adatti ad apprez-zare tali lussi e non dunque strano che una simile ope-ra sia legata proprio al loro nome (e qui andr notato che, se i piatti del servizio Pucci sono sopravvissuti, ci avvenu to anche perch era ancora poco diffusa labi-tudine di utilizzare il coltello per tagliare la carne; solo pi tardi infatti, nel Cinquecento avanzato, sarebbe sor-ta la consuetudine di appendere alle pareti i piatti isto-riati come decorazione, mentre verosimile che il ser-vizio per Antonio sia stato davvero adoperato in ban-chetti speciali).

    Il servizio Pucci non si distingue tuttavia soltanto per la qualit delle immagini istoriate. Se esso merita un posto anche nella storia delle lettere italiane, infatti per quello che i piatti e le coppe rappresentano. Con un procedimento non usuale per il tempo, ciascuno dei pez-zi riporta sul retro un preciso riferimento alla fonte ico-nografica, per lo pi in forma di endecasillabo: da Virgi-lio a Ovidio, da Valerio Massimo a Plinio il Vecchio, senza tralasciare nemmeno quel Francesco Petrarca che sem-pre pi spesso in quegli anni veniva indicato come il principe dei poeti moderni. Complessivamente, dei trentasette pezzi sopravvissuti (oggi dispersi in un gran numero di collezioni), otto hanno una fonte epica, di-ciotto una fonte lirica e quattro una fonte storica, ma la fame di soggetti degli artisti cinquecenteschi, decorato-ri compresi, ben nota agli studiosi e non stupisce che le figure si ispirino ad alcune delle opere pi amate dagli uomini del tempo, dallEneide alle Metamorfosi. Pi sor-prendente, per, che due dei pezzi giuntici rimandino allopera di un autore vivente, accostato implicitamente ai massimi nomi della letteratura di tutti i tempi: lOr-lando furioso di Ludovico Ariosto, presente con gli epi-sodi di Orlando e dei suoi amici mentre trovano le armi di Ruggiero e con Astolfo nella terra delle femmine omi-cide (fig. 2): una scommessa sul valore del poema ario-stesco che a questaltezza cronologica appare tuttaltro che scontata e che d unidea del suo travolgente suc-cesso assai meglio di tante altre testimonianze coeve.

    Ariosto come