Ogni Giorno e Per Il Ladro - Teju Cole

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    26-Dec-2015
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  • Teju Cole

    Ogni giorno per il ladroTraduzione di Gioia Guerzoni

    Einaudi

  • per Karen,per i miei genitori,

    e per Jeremy e Bibi

  • La finestra era una tra tante,la citt era una soltanto. Era lunica,quella che avevo lasciato.

    MARIA BENET, Mapmaker of Absences.

    Ojo gbogbo ni tole, ojo kan ni tolohun.Ogni giorno per il ladro, ma uno per il padrone.

    Proverbio yoruba.

  • Uno

    Mi sveglio tardi la mattina in cui avevo deciso di andare al consolato. Mentremetto insieme i documenti prima di uscire, chiamo lospedale per ricordare chearriver solo nel pomeriggio. Poi prendo la metropolitana, arrivo sulla SecondAvenue e trovo il consolato senza grandi problemi. Occupa parecchi piani di ungrattacielo. Una stanza senza finestre allottavo piano adibita ai serviziconsolari. Le persone che sono l quel luned mattina mi sembrano in gran partenigeriani, pi che altro di mezza et. Gli uomini pi o meno il doppio delledonne sono quasi tutti pelati; le donne hanno delle capigliature elaborate. Mac anche qualche faccia che non ti aspetti: un tizio alto che potrebbe essereitaliano, una ragazza asiatica, altri africani. Ciascuno prende un numero da undistributore rosso allentrata della misera saletta. La moquette sporca, di quelcolore indefinito che assume in tutti gli spazi pubblici. Un televisore montato a

  • una parete trasmette un notiziario in una foschia di interferenze, poi una partitadi calcio tra lEnyimba e una squadra tunisina. Nella stanza, tutti compilanomoduli.

    Ci sono sia passaporti blu, americani, che verdi, nigeriani. La maggior parte deipresenti pu essere inquadrata in una di queste tre categorie: freschi cittadinidegli Stati Uniti, quelli con doppia cittadinanza americana e nigeriana, e inigeriani che portano i figli americani a casa per la prima volta. Io sono tra quellicon la doppia cittadinanza e sono qua per rinnovare il passaporto nigeriano. Ilmio numero viene chiamato dopo una ventina di minuti. Avvicinandomi allosportello con i moduli, adotto lo stesso atteggiamento servile che ho osservatonegli altri. Il giovane dai modi bruschi dietro il vetro mi chiede se ho il vaglia. No,non ce lho, dico. Speravo che i contanti andassero bene. Indica un foglioappiccicato al vetro: Non si accettano contanti, solo vaglia. Luomo ha unatarghetta con il nome. Il passaporto nuovo costa ottantacinque dollari, comescritto sul sito del consolato, ma senza specificare che non si accettano contanti.Lascio ledificio, mi incammino verso Grand Central, arrivo dopo una quindicina diminuti, faccio la coda, compro il vaglia, e torno indietro. Fuori fa freddo. Al mioritorno, una quarantina di minuti pi tardi, la sala dattesa piena. Prendo unnuovo numero, compilo il vaglia e aspetto.

    Un gruppetto si radunato intorno allo sportello. Un uomo supplica diaccelerare i tempi quando gli viene detto di tornare alle tre a ritirare ilpassaporto.

  • Abdul, la prego, ho un volo alle cinque. Devo tornare a Boston, per favore,non si pu fare qualcosa?

    C una sfumatura di supplica nella sua voce, e il senso di generaledisperazione che emana acuito dallaspetto trasandato, dal maglione dipoliestere marrone e dai pantaloni, marroni anche loro. Un uomo logorato dentrovestiti logorati. Abdul parla attraverso un microfono.

    Cosa posso farci io? La persona che dovrebbe firmarlo non qui. Per questole ho detto di tornare alle tre.

    Guardi, guardi il mio biglietto, Abdul, dia unocchiata. Dice alle cinque inpunto. Non posso perdere quel volo, non posso proprio.

    Luomo continua a implorare, infilando il biglietto sotto il vetro. Abdul loguarda controvoglia e parla nel microfono a bassa voce, esasperato.

    Cosa posso farci io? Lincaricato non qui. Va bene, vada a sedersi, vedocosa posso fare. Ma non le prometto niente.

    Luomo scivola via e subito altri si alzano e sgomitano per raggiungere losportello, con i moduli in mano.

    La prego, anchio ho bisogno del mio in fretta. Per favore, lo metta vicino aquellaltro.

    Abdul li ignora e chiama il numero successivo. Alcuni continuano a scalpitarevicino allo sportello, altri ritornano al loro posto. Uno di questi, un giovane con unberretto azzurro cielo, si sfrega gli occhi di continuo. Un uomo pi anziano, sedutoqualche fila davanti a me, si tiene la testa tra le mani e dice, a nessuno in

  • particolare: Dovrebbe essere una gioia, capite? Andare a casa dovrebbe essere una

    gioia.Un altro uomo, seduto alla mia destra, compila i moduli per i suoi figli. Mi

    informa che ha rinnovato da poco il passaporto. Gli chiedo quanto ci voluto. Be, di solito quattro settimane. Quattro? Devo partire tra meno di tre. Sul sito dicono che ci vuole solo una

    settimana. In teoria, ma non cos. O meglio, cos solo se paghi per accelerare la

    pratica. Cio un vaglia da cinquantacinque dollari. Sul sito non c scritto nulla. Certo che no. Per quello che ho dovuto fare io. E il passaporto arrivato

    in una settimana. Ovviamente la tariffa per accelerare la pratica non ufficiale.Sono dei ladri, questi qua. Prendono il vaglia, non ti danno una ricevuta, se lomettono sul conto e prelevano i contanti. Dritti nelle loro tasche.

    Fa un gesto rapido, come per aprire un cassetto. quello che temevo: unincontro ravvicinato con le bustarelle. Avevo immaginato cosa avrei potuto farenel caso di un possibile incontro con quel tipo di corruzione allaeroporto di Lagos.Ma la richiesta di una mazzetta a New York uno choc a cui non ero preparato.

    Be, insister per avere una ricevuta. Ehi amico, perch ti preoccupi tanto? Ti prenderanno i soldi comunque, e ti

    puniranno ritardando la consegna del tuo passaporto. quello che vuoi? Non

  • pensi sia meglio avere il passaporto che dimostrare qualcosa?S, ma non questa occasionale complicit che ha affondato il nostro paese?

    Quella tacita domanda rimane sospesa tra me e il mio interlocutore. Il mionumero viene chiamato solo alle undici passate. Va esattamente come mi hadetto il tizio. La commissione per le emergenze cinquantacinque dollari, oltreagli ottantacinque del passaporto. Il pagamento va fatto con due vaglia distinti.Esco per la seconda volta e vado a comprare un altro vaglia. Cammino in fretta esono esausto quando ritorno alle dodici meno un quarto, quindici minuti primache lo sportello chiuda. Questa volta non prendo il numero, ma vado dritto allosportello e consegno il modulo con il secondo vaglia. Abdul mi dice di passare aritirare il passaporto tra una settimana e mi d una ricevuta per la tariffaoriginaria. La prendo in silenzio, la piego e la infilo in tasca. Uscendo, noto unascritta vicino allascensore. Aiutateci a combattere la corruzione. Se unfunzionario del consolato vi chiede una tangente o una mancia, siete pregati diinformarci.

    Nel messaggio non c nessun numero di telefono o indirizzo e-mail. Possoinformare il consolato soltanto tramite Abdul o uno dei suoi colleghi. Ed inverosimile che siano gli unici coinvolti: probabilmente trenta o trentacinquedollari della commissione per le emergenze vanno a qualche superiore diAbdul. Scorgo lespressione di Abdul mentre esco dalla stanza. Sta assistendoaltre persone. La solita farsa, ricoperta da una patina sofisticata di nientecontanti per favore.

  • Due

    sera quando laereo sorvola le piccole case fuori citt. Si abbassa condelicatezza, gradualmente, come se scendesse una rampa di scale invisibile.Visto dalla pista, laeroporto ha un aspetto davvero tetro. Prende il nome da ungenerale morto, e riassume in s il peggio dellarchitettura anni Settanta.Ledificio principale, bianco sporco e con file infinite di piccole finestre, ricordadelle case popolari. LAirbus dellAir France tocca terra e scivola sullasfalto. Ilsollievo si diffonde nellabitacolo come aria fresca. Qualcuno applaude. Poco doposiamo gi in fila per uscire dal velivolo. Una donna carica di bagagli sgomita nelcorridoio. Aspettami!, grida al suo compagno di viaggio, cos forte che lasentono tutti. Arrivo! E anchio mi sento pervaso dalleuforia dellarrivo, dallasensazione irrazionale che tutto andr bene. Quindici anni sono tanti per starelontani da casa. Quindici anni che sembrano ancora di pi quando te ne vai di

  • nascosto.Sbarco, controllo passaporti e attesa del bagaglio si prendono pi di unora del

    nostro tempo. Fuori, il cielo si riempie di ombre. Un uomo si lamentadellinefficienza dellaeroporto con un apatico funzionario doganale.

    un aeroporto internazionale, andrebbe gestito meglio. questalimpressione che vogliamo dare ai visitatori?

    Il funzionario si stringe nelle spalle e dice che la gente come lui dovrebbetornare in patria e migliorare le cose. Mentre aspettiamo i bagagli, un biancovicino a me vuole fare conversazione. Ha un accento marcato, e gli chiedo se scozzese. Gi, dice, e mi racconta che lavora sulle piattaforme.

    Mi sono ubriacato ieri sera a Parigi, e mi hanno derubato. Maledettimangiarane, mi hanno fregato la carta di credito. Ma gli Champs-lyses, chefigata! Mi hanno mandato fuori di testa. Ero ubriaco fradicio.

    Sogghigna. Ha i denti pieni di otturazioni, un orecchino e la barba non fattarossiccia. Non sar il figlio prediletto dellEuropa, ma qui guadagner parecchio.

    Devo aspettare il volo per Port Harcourt fino a domani. Passo la notte alloSheraton stasera. l che dormono le hostess, se capisci cosa intendo.

    Annuisco. Finalmente arrivano i miei bagagli, umidi e sporchi. Li metto su uncarrello. Fuori, un ufficiale in borghese mi fa cenno di fermarmi. seduto a latodella porta e non sembra avere una particolare funzione. Semplicemente se nesta l. Mi chiede se sono uno studente. Pi o meno, rispondo, pensando che quellabugia potrebbe facilitare il tutto.

  • Eh, lo immaginavo. Hai laria da studente. E dove studi?New York University, dico, la risposta che sarebbe stata corretta tre anni fa.

    Annuisce. Be, a New York si spendono un sacco di dollari. Dollari, sai.Un silenzio inutile cala tra di noi. Poi, a bassa voce, e in yoruba, mi chiede: Ki le mu wa fun wa? Cosa mi hai portato per Natale? Perch sai, a New York

    si spendono un sacco di dollari.Ho portato solo fermezza. Lo ignoro e avanzo con i bagagli verso il punto dove

    zia Folake e il suo autista mi aspettano. Quando mi libero dal suo abbraccio vedoche ha le lacrime agli occhi. Una scena da figliol prodigo. Mi stringe di nuovo eride di cuore.

    Non sei cambiato per niente. Com possibile?Da fuori, laeroporto sembra pi elegante, pi imponente di come lavevo visto

    prima. Alle varie entrate si ammassano i parenti dei passeggeri e, in numero benmaggiore, traffichini, maneggioni e gente che l perch non ha altro posto doveandare.

  • Tre

    Mentre andiamo a casa dallaeroporto, alla rotonda di Ikeja dove il rientrodel tardo pomeriggio fa rallentare il traffico ci fermiamo del tutto. A meno diventi metri da noi, sotto il cavalcavia, due poliziotti litigano. Vattene, gridauno. Perch stai sempre qui? Perch non ti puoi mettere dallaltro lato?, dice,indicando il punto pi lontano della rotonda. Per un attimo, sembra che laltropoliziotto capisca il senso del suggerimento, ma lento nel metterlo in praticaperch il battibecco ha attirato gli sguardi dei passanti e non vuole perderci lafaccia. Entrambi gli agenti sono snelli, scuri, in uniforme grigio-nera e con il mitrain spalla. Rimangono in silenzio, confusi come attori che hanno dimenticato lapropria battuta. Una folla di pendolari li fissa da una distanza di sicurezza.

    Zia Folake mi spiega cosa sta succedendo. In questo punto i poliziotti fermanoregolarmente i veicoli commerciali per chiedere una mazzetta. Lagente a cui

  • stato chiesto di allontanarsi si avvicinato troppo al territorio del collega. Questiassembramenti sono pessimi per gli affari e i guidatori si arrabbiano se devonopagare due volte. Tutto ci avviene sotto un cartellone con la scritta: Lacorruzione illegale: non date n accettate mazzette.

    E quanti dei soldi del governo, mi chiedo, sono stati intascati da chi ha avutolappalto per mettere quei cartelloni?

    Un conto quando ti raccontano delleconomia informale di Lagos, un altro vederla dal vivo: esercita una pressione incredibile su tutti. Pi o meno unquarto dora prima di raggiungere la fermata di Ikeja eravamo passati da uncasello su Airport Road. Anche l torreggiava un cartellone gigantesco checondannava la corruzione ed esortava i cittadini a migliorare il paese. Il pedaggioda pagare al casello era di duecento naira, tariffa chiara e ben visibile. Eppure, gliautisti pi intraprendenti, come il nostro, sanno che possono superare il casellopagando soltanto la met. Linghippo che i cento naira che sborsano vannodritti nelle tasche del casellante. Se paghi duecento naira ti danno il biglietto, mi spiega lautista, con cento non te lo danno. Ma cosa me ne faccio delbiglietto? Non ho bisogno del biglietto! E cos, ogni giorno, migliaia di macchinesuperano il casello pagando la tariffa informale, che va a ingrassare i casellanti ei loro superiori. La richiesta del funzionario doganale, la polizia a Ikeja, il casello:mi imbatto in tre esempi lampanti di corruzione in meno di unora da quandosono sceso dallaereo.

    Ma ancora prima di arrivare a casa quella sera, scopro altri modi di vedere

  • quegli scambi di denaro. Ci fermiamo a Ogba a comprare il pane. Ogba pocooltre Ikeja, alla fine di Agidingbi Road. Entrando nel negozio, lusciere fa il salutomilitare e tiene la porta aperta. Quando usciamo, pochi minuti dopo, ci segue peruna ventina di metri mentre torniamo alla macchina, e chiede la mancia. Non un ordine: tranquillo, parla con la gentilezza di chi spiega qualcosa a unbambino.

    Ha qualcosa per me, signore?Indossa ununiforme bianco sporco e non armato. Quando mia zia scrolla il

    capo, lui la imita, sorride e svanisce. Appena saliamo in macchina, una donna inbuba e iro laceri ci si avvicina e dice che ha bisogno di qualche spicciolo perlautobus. Non la vedo arrivare, in effetti: allimprovviso l, davanti a me. piccola, e sembra malata. Una donnina senza nome: fa parte del mondo nascostoappena dietro le banche luccicanti, i ristoranti chic, le auto di lusso. Spuntanoallimprovviso, sono in tanti a vivere di quei piccoli doni.

    La notte scende senza preavviso. Sento laria della citt per la prima voltadopo quindici anni, il fumo bianco e la polvere ocra che mi sono familiari quanto ilmio respiro. Ma altre cose, meno visibili, sono cambiate. Ho fatto miei alcuni deipresupposti del vivere in una democrazia occidentale certe idee sulla legalit,per esempio, le aspettative per un processo regolare , e in quel senso misembra di essere un estraneo, ora. Quello che il tragitto dallaeroporto mi fapensare, e che sar confermato nel corso dei giorni seguenti, quanto Lagos siadiventata una societ totalmente clientelare.

  • Il denaro, sborsato in quantit adeguate al contesto, fa da lubrificante sociale.Facilita il movimento pur mantenendo le gerarchie. Cinquanta naira al tizio che tiaiuta a fare manovra per uscire dal parcheggio, duecento al poliziotto che tiferma senza alcun motivo nel cuore della notte, diecimila allimpiegato doganaleche ti fa passare le merci importate. A ogni transazione, la somma giustacontribuisce a far funzionare le cose. Nessun altro sembra preoccuparsi, comefaccio io, del fatto che i soldi richiesti da qualcuno le cui dita sfioranocostantemente il grilletto di un AK-47 sono unestorsione pi che una mancia.Sento che questo tipo di preoccupazione un lusso che pochi possonopermettersi. Per molti nigeriani, dare e ricevere mance, mazzette, soldi sporchi oelemosina le categorie sono fluide non rientra nel campo della morale. vistocome qualcosa di leggermente fastidioso, oppure come unopportunit. unmodo per far funzionare le cose, niente pi e niente meno di ci a cui serve ildenaro.

    I contanti devono cambiare mani, cos va il mondo. Solo in casi macroscopici,tipo quello dellispettore capo della polizia incriminato di recente, il fenomenoviene visto come una piaga del sistema. I miliardi intascati da Tafa Balogunhanno privato molti poliziotti dellunica fonte di sostentamento, e questo spiegain parte, anche se non del tutto, il perch a loro volta si rifacciano sui guidatori.Eppure, la gente non si lamenta tanto del fatto che Balogun abbia rubato ildenaro. Che un alto funzionario governativo si appropri indebitamente di fondipubblici dato per scontato. Infastidisce invece che abbia rubato tanto in cos

  • poco tempo. Il ragionamento che se solo si fosse moderato un po, arraffandoqualcosa qua e l, non sarebbe stato arrestato. Quello di Balogun uno dei pochicasi di alti funzionari incriminati da quando iniziata la campagna nazionaleanticorruzione. Il giorno dopo il mio arrivo a Lagos il caso viene chiuso: Balogun colpevole, e dovr scontare sei mesi di carcere per i quattordici miliardi di naira dicui si appropriato. Sei mesi per poco pi di cento milioni di dollari. Tuttavia, nonc motivo di credere che si tratti di uno dei casi pi gravi. La gente d perscontato che nel governo la corruzione raggiunga livelli ancora pi alti: contratti,tangenti, furti di petrolio. Qualche tempo dopo, sui giornali si diffonde la voce cheTafa Balogun sia morto in prigione. A quanto pare nessuno sa come, perch oquando, e a quanto pare a nessuno importa. E quando in seguito si scopre che levoci non sono vere, anche quella notizia viene accolta con una scrollata di spalle.

    La maggior parte degli agenti guadagna tra i dieci e i quindicimila naira almese. Non possono di certo sopravvivere con un stipendio del genere, meno dicento dollari. Una volta, un amico di mio zio, un funzionario allimmigrazione, futrasferito in unarea remota, lontano dallo stato. Il suo rifiuto di accettaretangenti aveva un effetto negativo sui guadagni dei colleghi e di conseguenzasulla loro capacit di mantenere le famiglie; doveva essere mandato altrove,dove avrebbe creato meno fastidi. Gli stipendi sono bassi anche nelle forzearmate, dove in pi non c garanzia di riceverli. E sono proprio questi uomini,armati fino ai denti e pagati una miseria, che hanno il compito di proteggere icittadini.

  • Leconomia informale il mezzo di sostentamento di moltissimi abitanti diLagos. Ma la corruzione, in forma di pirateria o mazzette, significa anche chemoltissimi rimangono ai margini. I sistemi che potrebbero strappare le massedalla povert vengono ostacolati a ogni passo. Nulla funziona proprio perch tuttiprendono una scorciatoia, e quindi lunico modo per ottenere qualcosa prendereunaltra scorciatoia. Da questa situazione sono i maggiori offerenti che traggonoprofitto, chi pi pronto a sborsare denaro o a testare i limiti della legge.Quando finalmente arrivo a casa degli zii, la luce va via pochi minuti dopo. Per chiabita qui, questo tipo di privazione non una sorpresa, solo un rituale notturno.Ma io non sono pi abituato e passo una notte agitata, a guardare le ombre chesfarfallano instancabilmente sui muri. Laria calda, densa di antichi fantasmi edellodore di cherosene.

  • Quattro

    Una melodia gentile mi sveglia il mattino dopo: la chiamata del muezzinaleggia nella vallata boscosa che separa la casa dal minareto. Mi alzo e vago perla casa. Tutti gli altri i miei zii, i cugini, il domestico dormono ancora.Lelettricit non tornata. La luce del giorno si diffonde in sala, e io mi preparoun t. Il canto dei galli, da unaltra direzione, si mescola allarabo del muezzin. Dalontano arriva odore di fumo, qualcuno sta cucinando.

    La vista dal portico sul retro si apre su una gola. una vista che, quandovisitavo quella casa, mi sembrava sempre mozzafiato e a cui tornavo spesso colpensiero quando ero via. Ma adesso quella gola cambiata. Molti alberi sonostati tagliati e i terreni scavati per far posto alle case. Ora punteggiata diterribili edifici in varie fasi di completamento. Aggrappati alle case comeconchiglie su una roccia si vedono tanti piatti satellitari bianchi. Pi in l c una

  • chiesa evangelica gigantesca, incompiuta. Per la foresta una guerra persa. Ma solo lalba, e regna ancora la calma. Rimango nel portico a bere il t. Vista dauna certa prospettiva, la forra pu ancora sembrare primordiale, pu ancoraconformarsi a una certa idea di Africa: non ci sono gas di scarico, nemmenolombra di grattacieli luccicanti, nessuna autostrada a sei corsie. Africa di selva ecespugli. Il cielo del mattino inquieto. Le nuvole nere si raggrumano e, pianpiano, i cumuli scompaiono. La luce traccia linee dargento nel cielo vasto. Finiscoil t e rientro.

    I corridoi sono pi ampi di un tempo e il pavimento ricoperto di piastrellebianche, che stranamente sembrano morbide. come se mi fossi rimpicciolitodallultima volta che sono stato qui, o come se la casa si fosse lentamenteespansa per il calore, aumentando di qualche centimetro in ogni mese della miaassenza, fino a raggiungere queste dimensioni. Il telaio della porta alto, eabbastanza largo da permettere il passaggio di una famiglia di acrobati durante illoro numero. Ed eccoli allimprovviso davanti a me che varcano quella soglia, unosulle spalle dellaltro, i loro corpi che formano una stella.

    La casa, ovviamente, non cambiata. pi piccola solo nei miei ricordi. Iricordi e gli anni trascorsi prevalentemente in angusti alloggi inglesi e americani,limitazioni che ho sopportato come un principe in esilio. Ora, le fresche stanze diquesta grande casa in Africa riprendono le loro dimensioni reali. Impossibiledominare una stanza in una casa del genere. Persino il bagno mi fa sentireminuscolo. Continuo a passare dalla porta che collega il soggiorno al corridoio,

  • come per metterla alla prova. E ogni volta trovo quellabbondanza a dir pocomeravigliosa.

    Parte di questa storia stata gi raccontata: la porta ampia, gli acrobati. Sonodettagli tratti da un libro che adoro. Dettagli, per essere precisi, di un sognocitato in quel libro. Ma forse meno reale per me ora perch capitato altrove aqualcun altro? Perch stato messo su carta nel sogno di un grande scrittore che,venticinque anni fa, ritorna nello Sri Lanka dei suoi antenati? Adesso la miastoria, non la sua. Sono a casa di mia zia, ma la rendo un surrogato di quellaltracasa di storie scomparse, la mia casa dinfanzia ormai distrutta. Fisso il soffittoimponente e abbasso di nuovo lo sguardo, appena in tempo per vedere la pipiccola degli acrobati che riprende la presa. La stella umana continua asplendere.

  • Cinque

    Un segno del nuovo boom economico nigeriano, e uno dei pi visibili, laproliferazione degli internet caf. Non esistevano proprio quando me ne eroandato. Ora ce ne sono parecchi in ogni quartiere, probabilmente centinaiasoltanto a Lagos. Linternet caf permette di rimanere in contatto con ci chesuccede nel vasto mondo, la fine dellisolamento della Nigeria. un contattocondiviso da molti altri grandi paesi che cercano di scrollarsi la povert di dosso.La disponibilit di computer , in questo senso, indice di progresso. Ma mentrelIndia ha un ruolo sempre pi centrale nella creazione di software, e paesi comeCina, Indonesia e Thailandia sono ormai allavanguardia nella produzione di mercidi ogni genere, il contributo della Nigeria molto pi modesto. Anzi, per ora silimita alla ripetizione di un singolo, ingegnoso, utilizzo improprio di internet: latruffa degli anticipi.

  • La frode, nota come 419, dalla sezione del codice penale a cui contravviene, endemica in Nigeria. Posso solo immaginare la vastit della sua portatadallinfinit di e-mail che ho ricevuto in cui mi si promettevano quote sostanziosedi un fantomatico fondo in cambio di un piccolo anticipo. Ho addirittura letto sullastampa americana di gente che ha abboccato a queste offerte. Il mio punto divista sul 419 cambia il mattino dopo il mio arrivo a Lagos, quando faccio un saltoal Tomsed Cyber Cafe, vicino alla fermata dautobus di Ojodu, a una quindicina diminuti a piedi da casa di mia zia. Tomsed al secondo piano di un edificio cheoffre servizi di telefonia, stampa e fax. La sala principale illuminata al neon eha laria condizionata, e i ventiquattro computer sono collegati a internet viamodem. Unora di navigazione costa cento naira circa settanta centesimi.Questo prezzo, pur senza un ente regolatore, sorprendentemente identico negliinternet caf di tutta la citt. Ne visito almeno sette, e tutti hanno pi o meno lestesse tariffe di Tomsed.

    La sala quasi piena. La maggior parte dei clienti composta da giovaniuomini con un look tipico: capelli corti, viso sottile, camicia a maniche corte, tuttisopra i venti e sotto i quaranta. Dopo aver pagato alla cassa, prendo posto easpetto che la pagina internet si carichi.

    Luomo seduto vicino a me scrive con lindice, guardando la tastiera. Pigia unalettera, cerca quella successiva, schiaccia, e cos via. la sua tecnica monoditoad attirarmi, ma quando il mio sguardo si sposta non del tutto casualmente sultesto, trattengo il fiato. Le parole che digita bonifico, caro amico,

  • depositato prontamente sul tuo conto sono una prova inconfutabile: stacomponendo un messaggio 419. Mi sono imbattuto nella fonte della truffa digitalefamosa in tutto il mondo.

    come se avessi scoperto la sorgente del Nilo o del Niger. Il tizio continua adigitare con la risolutezza di una gallina che pulisce un cortile a suon di beccate.Sopra di lui, sulla parete del cybercaf, c un grande cartello giallo con unascritta nera in stampatello: AI NOSTRI CLIENTI: il Tomsed Cyber Cafe dotatodi un software per il monitoraggio di tutte le attivit di 419, incluse le e-mail datutte le nostre postazioni. Di conseguenza, se un cliente viene scoperto a scrivereuna e-mail 419 verr consegnato alla polizia. SIETE AVVISATI!

    Il tizio sa di correre un rischio, ma prosegue, lanciando la sua rete nellignoto,spinto da pressioni a cui ha ceduto cos spesso che sono diventate istintive. Neigiorni successivi vedo molti altri tizi con la stessa aria losca, tutti checompongono e-mail o usano le chat di Yahoo e Microsoft per adescare le lorovittime. Dopo aver visto parecchi di questi movimenti da Tomsed, leuforiainiziale che avevo provato scompare e viene sostituita dallirritazione.

    Chiedo a mio cugino Muyiwa cosa sa di quella pratica, e lui mi spiega che sonole universit, inclusa quella che frequenta lui nello stato di Osun, i gangli dellafrode. Per gran parte dei ragazzi, lobiettivo fare soldi per vivere alla grande efar colpo sugli altri studenti del campus. Chiamano la truffa 19 (unulterioreabbreviazione di 419) e sono noti come gli yahoo boys o semplicementeyahoo yahoo. Spesso lavorano anche durante il giorno, ma preferiscono la

  • notte, perch dopo una certa ora la navigazione costa meno. Protetti dalletenebre, gli yahoo yahoo possono lavorare ore e ore sorseggiando caff,indisturbati.

    Gli yahoo yahoo, in prima linea nella loro guerra ombra, distruggono quel pocoche rimane della buona reputazione del paese. I loro successi dipendonodallingenuit degli stranieri, che a quanto pare abbonda ancora. Penso si possadire che lingannato e lingannatore si meritano a vicenda, in una sorta di societdi mutua umiliazione. Una volta, guardando alla mia destra in un internet caf sbirciare di nascosto diventa ben presto unabitudine , vedo una e-mail delPresidente dellUfficio Nazionale delle Risorse Petrolifere. La persona che la stascrivendo un tipo grezzo, che chiaramente non a capo di nulla. Altre e-mail,scritte da eredi di improbabili magnati, da vedove di baroni del petrolio, dairappresentanti legali di generali in carcere, sono esempi cos intraprendenti dinarrativa che Lagos mi appare allimprovviso come una citt di Sherazad. Lestorie si sviluppano in iterazioni ancora pi eccentriche e, come nel mito, chiracconta le storie migliori viene premiato in ricchezze.

    Le lunghe serie di indirizzi e-mail vengono copiate da una pagina allaltra. Gliuomini lavorano con lintensit e la concentrazione dei rabdomanti, guidando iloro lettori su sentieri fantasiosi, persuadendoli con malcelata disperazione. Lereti vengono gettate di continuo perch se anche ci fosse una sola vittima, unosolo che abbocca, le ore infinite a fissare lo schermo luminoso acquisterebberosignificato, e il rischio di essere scoperti dalla polizia sarebbe giustificato. Un

  • anticipo di diecimila dollari pu sistemare uno yahoo yahoo per parecchi mesi;ma molti mirano a guadagni di gran lunga pi consistenti. Il motore di questaindustria lavidit, ed impossibile controllarla perch cos decentralizzata darisultare ingovernabile. Tutto ci mi ricorda inspiegabilmente I viaggi di Gulliver,che ho letto da bambino a Lagos. Nel quarto e ultimo viaggio, Gulliver nonnasconde di preferire la compagnia dei cavalli parlanti Houyhnhnms a una razzadi creature primitive, molto simili agli umani per i suoi gusti, che Swift battezzagli Yahoo. In pratica, il famoso detto di Marx sulla storia viene ribaltato: gliyahoo yahoo invertono una tendenza, mostrandosi per la prima volta come farsae per la seconda, in Nigeria, come qualcosa di pi tragico.

    Le autorit nigeriane fanno quel che possono per combattere gli yahoo yahoo.Allentrata di ogni internet caf, spesso c un poliziotto o un soldato. Al Tomsed,il soldato davanti a me accarezza il suo mitra e scherza con lo staff mentre gliuomini alla mia destra e alla mia sinistra sono impegnati nelle loro attivitfraudolente. Chiedo a Muyiwa se gli arresti sono frequenti, e lui mi spiega che ineffetti abbastanza comune vedere un agente che porta via uno yahoo yahoo. Litrascinano fuori e, minacciandoli di incarcerazione e torture, riescono a estorceresomme notevoli, anche cinquantamila naira, cio poco pi di trecento dollari, chevanno dritti nelle loro tasche. un programma di cattura e rilascio. Naturalmentegli yahoo yahoo si ripromettono di stare pi attenti. Trovano un altro internetcaf e si mettono subito al lavoro.

  • Sei

    Un mattino, una bambina mi viene incontro nel grande corridoio di casa e misaluta. Mi stavo facendo la barba, e non ero preparato allidea di un ospite. Michiama per nome e mi dice chi . Non ci eravamo mai visti, ma ci riconosciamosubito: cugini di primo grado. nata dopo la mia partenza, lultima figlia delfratello minore di mio padre, e fino a quel momento avevamo solo sentito parlareluno dellaltra. Eppure ci mettiamo a chiacchierare con tanta naturalezza chepoco dopo ho limpressione di non ricordare unepoca in cui non la conoscevo. Shemoved so easily all I could think of was sunlight. Passiamo ore sul divano aguardare la tele. Mi insegna tutto quello che c da sapere sugli ultimi film e sullestar del cinema. Ho portato della cioccolata e uno zainetto per lei, quindi loscambio quasi pari. Sono stupefatto dai suoi silenzi, dalla sua euforia, dalla suapadronanza di s, dal nero della sua pelle. La pienezza di un bambino la cosa

  • pi fragile e potente al mondo. La fiducia di un bambino la meraviglia delmondo.

    Un mese dopo, mentre mi preparo per la partenza, mi dice che le mancher. Eso che anche lei mi mancher, e mi si stringe il cuore al pensiero che ogni cosabella che auguro a questo paese, in segreto la auguro a lei. Ogni mia preghieraper il futuro, ogni mia speranza che questo paese non vada in pezzi, sar per lei.

  • Sette

    Mia zia convinta che sia una pessima idea. Suo fratello, zio Bello, daccordo. Suo marito indifferente, ma si comporta come se fosse una pessimaidea. Tutti dicono che non devo viaggiare in danfo. Il danfo una trappolamortale. pieno di ladri ed il paradiso per chi pratica magia nera. Questi sonofatti noti.

    Ma alle superiori usavo sempre il danfo. Andavo persino in molue, che che pure pi grande e pi pericoloso.

    Eh, ma sono passati anni. Adesso non hai pi la stoffa. S certo, sei sveglio esai come muoverti, nessuno lo mette in dubbio. Ma che ti piaccia o no, lAmericati ha ammorbidito.

    Lo zio Tunde, il marito di zia Folake, se la ride allidea che voglia prendere imezzi pubblici. Ogni tanto li usa anche lui, ma non , come me, in visita

  • dallAmerica. Per lui e sua moglie, questa una prova ulteriore della miaeccentricit. Perch non aspetto lindomani, cos lautista pu portarmi? La miameta lontana, e il viaggio cos complicato che potrebbero andare stortemoltissime cose. Non capiscono che essere sul danfo, in strada, proprio quelloche mi affascina di pi. Non riesco a convincerli, e loro non devono far altro chetenere duro ricordando quanto fossi testardo anche da bambino, prima che miopadre morisse.

    Quando sto per uscire, arriva un ospite. un ragazzo, il marito della cugina dizio Tunde. Mia zia gli chiede subito se ha unauto. Ce lha. In un batter docchio loconvince ad accompagnarmi a Lagos Island. So perch lo sta facendo. Perribadire i vantaggi del privilegio. Tutti lo fanno. Tutti sanno come ottenere ilmassimo da ogni situazione, come evitare di essere uno dei tanti. essenziale:non solo in termini di sicurezza, ma anche sociali. Zia Folake non sale su unautobus da venticinque anni e commenta: Piuttosto che usare uno di quegliaffari non vado da nessuna parte! Sto per cedere quando mi rendo conto che proprio sbagliato, e dico:

    Sentite, questo ragazzo ha le sue cose da fare. Andr tutto bene. Perchdobbiamo obbligare qualcuno a portarmi cos lontano? Un amico passa a trovarcie si trova costretto a farmi da autista?

    La mia protesta chiude il caso. Esco dalla zona residenziale e in pochi minutimi trovo nel bel mezzo di quellassalto ai sensi che la stazione degli autobusOjodu-Berger. Sono quasi le nove e mezza di mattino e la stazione gremita. La

  • fermezza con cui i miei parenti vogliono tenermi lontano dalla vita della citt pari soltanto al mio desiderio di conoscere quella vita. Il danfo, mezzo ditrasporto delle masse, il simbolo perfetto della nostra disputa. Le energie diLagos creative, ambigue, maligne convergono alla fermata dellautobus. Nonc posto migliore per indagare su cosa mi mancava davvero tutte le volte cheavevo nostalgia di casa.

    Il tipico danfo di Lagos giallo e decrepito, con quattordici sedili, due davanticon il guidatore e tre file per quattro passeggeri ciascuna. Lautobus guidato daun team di due persone: il conducente e un controllore, che anche un po ilpiazzista, il venditore di biglietti. Nei terminal come quelli di Ojota, Yaba, Ikeja oOjodu, laria satura delle grida dei venditori. Devono riempire quei quattordiciposti pi in fretta possibile, e partire per la loro meta. Jotajota-jotajota. luomo che chiama i passeggeri per Ojota. Kejakejakeja. Kejakeja-diretto.Lespresso per la fermata Ikeja. Il suono che si leva dal fragore del traffico ricordaun coro di solisti o di banditori dasta. Balende-Cms, Balende-Cms, Balende-balende-balende.

    Vendere i biglietti non un lavoro, un modo di stare al mondo, un distillatodi comportamento: petto in fuori, corpo allerta, lespressione decisa di chi nonaccetta resistenze. In ognuno di loro c lo stesso atteggiamento pragmatico, larabbia facile, la predisposizione ad alzare le mani per soffocare qualsiasi conflitto.Il modo di camminare, spavaldo. Sono loro i veri spacconi di Lagos; alcuni hannosoltanto quattordici anni. Quando vanno a casa la sera, non smettono i panni dei

  • venditori, una cosa che hanno nellanima. Anche il comune cittadino di Lagosdeve mostrare lo stesso atteggiamento. Il linguaggio del corpo di chi percorre lestrade della citt deve essere di sicurezza assoluta. Lincertezza nellespressioneo nel passo pu attirare lattenzione, e lattenzione sempre negativa. Quandoincroci lo sguardo di uno sconosciuto, il messaggio che mandi devessereinequivocabile: Credimi, meglio che non mi provochi. Ci sono un sacco dipersone in strada che si aggirano in cerca di vittime. Gente che, grazie a unalunga pratica, riesce a captare la minima traccia di debolezza.

    Mio zio Bello, un quarantenne ben piantato, mi ha raccontato che un giorno, almercato di Oshodi, stato avvicinato. Un tizio dallaria losca, sul cavalcavia diOshodi, gli aveva chiesto dei soldi. Mio zio ci aveva pensato un attimo e poi gliaveva dato duecento naira. Luomo si era mostrato deluso.

    Ah no. Io parto solo da mille.Mio zio mi spieg che a quel punto doveva valutare se chiamare il bluff del tipo

    o cedere al ricatto. Chiam il bluff. Errore. Luomo divenne estremamente ostile. Eh? Cosa vuol dire no? Ti faccio fuori. Ti faccio fuori. Vedi quel ponte? Ti

    faccio dondolare dalla ringhiera e poi ti butto gi!Allimprovviso le opzioni di mio zio si erano ridotte. Sapeva che se avesse dato

    mi l le naira al criminale, gli avrebbe svuotato il portafoglio. Oppure potevaobbligarlo a togliersi i pantaloni e a camminare a quattro zampe, o qualcosa dialtrettanto umiliante. E daltronde sembrava davvero il tipo di persona capace dimettere in pratica una minaccia di morte.

  • Listinto gli disse di ribattere con le stesse armi. Aveva vissuto in Europa alungo, quando studiava management a Cracovia negli anni Ottanta, e parlavaancora bene il polacco. Ma era cresciuto in una famiglia relativamente povera, eaveva imparato a difendersi fin da piccolo. Sapeva come sopravvivere alla vita distrada.

    Farmi fuori? Vuoi far fuori me? Ma dico, ti funzionano gli occhi? Guardamimolto bene prima di dire unaltra parola. Mi riconosci? Ti faccio male. Tiammazzo. Hai capito? Ti ammazzo! Sai con chi stai parlando? Eh? Mi riconosci?Vuoi che tua moglie diventi vedova?

    Ovviamente, aggiunse mio zio con una gran risata, mentre gli gridavoquelle cose tremavo tutto . Ma il tizio ci casc e si mise a implorare lo zio diperdonarlo. Alla fine lo zio gli diede altri duecento naira e si allontan. Pi omeno tre dollari erano passati di mano, ed entrambi erano sopravvissuti perraccontare quella storia. Lagos.

    Mi faccio strada tra la folla alla stazione Ojodu-Berger, con un cellulare e unaminuscola digitale nella tasca davanti dei jeans. Ho la schiena ben dritta, il voltoteso, gli occhi semichiusi. Allinizio difficile evitare di strafare, e mi sforzo diricordarmi come facevo tanti anni fa, ma ben presto trovo il registro giusto. Iltrucco farsi vedere vigili mantenendosi calmi e guardinghi. E si deve mostrareanche la volont di diventare violenti, se necessario. Nessuno mi far camminarea quattro zampe o abbaiare come un cane. E poi sono perfettamente coscienteche la mia pelle, pi chiara della media, pu rendermi un bersaglio facile.

  • Trovo senza problemi uno degli autobus che percorrono il tragitto Obalende-Cms, e non pi sgangherato degli altri. Sono tutti conciati male, ma funzionano.Salgo e prendo posto tra due uomini nellultima fila. Uno indossa un cappello dabaseball azzurro e ha unocchio pesto. Laltro pi anziano, sta leggendo ilgiornale. Lautobus si riempie in fretta e cominciamo a sudare. Qualcuno apre unfinestrino e una brezza fresca entra nellabitacolo. a quel punto che la vedo.

  • Otto

    Il penultimo passeggero che sale sul danfo a Ojodu-Berger una donna conuna camicetta adire e un grosso libro in mano. La sovracoperta bianco sporco,opaca. Non riesco a vedere il suo viso, anche se ci provo. Allungo il collo perscorgere la copertina e capire chi lautore. Alla vista del nome il cuore mi va ingola e si agita come un pesce gatto in un secchio: Michel Ondaatje. Era stato luia sognare gli acrobati nella grande casa. Trovare un lettore di Ondaatje in questecircostanze a dir poco improbabile, e forse sarei stato meno sorpreso se laragazza si fosse messa a cantare una melodia di Des Knaben Wunderhorn.

    Certo, i nigeriani leggono. Ci sono i giornali, come quello che ha in mano ilsignore accanto a me. Sono diffuse riviste di ogni genere, cos come i librireligiosi. Ma un adulto che legge un romanzo letterario su un mezzo di trasportopubblico di Lagos una rarit paragonabile a una mosca bianca. In Nigeria

  • lalfabetizzazione bassa, intorno al cinquantasette per cento. Ma peggio ancora,ben pochi dei cosiddetti alfabetizzati coltivano abitudini letterarie vere e proprie.Ho conosciuto un pugno di lettori e quei pochi leggono giornali scandalistici,romanzi rosa o pamphlet che promuovono una esistenza vincente secondo certiprincip spirituali. La Nigeria un ambiente ostile per la vita della mente. Unavolta superato il sottopassaggio di Ojota, il traffico dellora di punta si dirada.Prendiamo velocit, e il viaggio diventa sorprendentemente piacevole, la brezzadal finestrino costante. Luomo vicino a me ripiega il giornale e comincia adannuire. Tutti gli altri guardano nel vuoto. La lettrice, di cui vedo solo il foulard ele spalle, legge.

    Donna misteriosa. Dal poco che ho visto del libro mi pare che sia nuovo. Dovelavr trovato? In una delle due o tre librerie che conosco in citt. E se lhacomprato a Lagos, quanto le sar costato? Di certo pi di quanto qualsiasifruitore dei mezzi di trasporto consideri ragionevole. Perch allora sullautobus?Perch lunico mezzo che si pu permettere o perch uneccentrica come me?Quelle domande si succedono nella mia mente e non riesco a districarle. Vorreitanto chiacchierare con quella donna che condivide un libro con me, e di cui,avendo in comune quellunico dettaglio, so molte cose.

    Signorina, cosa pensa delle frasi labirintiche di Ondaatje, della sua prosasensuale? Che effetto fa su di lei quella scrittura cos intensamente visiva? Non difficile concentrarsi su un lirismo tale nel traffico di Lagos, con il rumore dellafolla e le ondate di sudore del bigliettaio? Vedo ogni persona nellautobus ma pi

  • di tutti credo in lei.La mia mente prosegue con il suo monologo mentre fisso la nuca della donna

    per tutto il viaggio. Spero che non scenda prima della mia fermata, e di poter faredue passi con lei e interrogarla. Mi piacerebbe dirle, con lo sguardo spiritatocomune a chi eccede nellidentificazione, Dobbiamo parlare. Abbiamo tantissimecose da dirci. Lasci che le spieghi. Nellultima fila del danfo, mi faccio coraggio.Gli abitanti di Lagos sono diffidenti verso gli sconosciuti, e devo scegliere leparole con cura per conquistare la sua fiducia. Lautobus attraversa Yaba esupera il Third Mainland Bridge verso Lagos Island. Allombra dei grattacieli, lalaguna punteggiata di piroghe da cui uomini seminudi lanciano le reti. Lavoro dibraccia e spalle. Penso alle parole di Auden: La poesia non fa accadere niente.Lautobus si ferma. Lei scende con il suo libro a Obalende e ben presto svaniscenella folla senza libri. In un attimo, sparita. Sparita ma impressa per semprenella mia mente. Evanescente come unimmagine scattata con lobbiettivo apertoal massimo.

  • Nove

    Sotto il tendone bianco c posto per una trentina di persone. Il programma iniziato da un bel po quando finalmente arriva uno degli ultimi ospiti. unadonna robusta, dallaria regale. Viene fatta sedere vicino al tavolo principale, e faun gran sorriso quando incrocia lo sguardo di mia zia. I miei cugini e io siamoparecchie file indietro. Io non la riconosco.

    Oh, quella la signora Adelaja.Signora Adelaja? Poco a poco capisco chi . Non lho mai incontrata ma la

    conosco di fama: stata per anni una collega di zia Folake. Lavoravano nellostesso ministero e, poco tempo dopo che me ne ero andato, la signora Adelajaera diventata unamica di famiglia. Muyiwa dice:

    Ha perso suo marito. Oh s, lavevo sentito. Che tristezza.

  • S ma la cosa pi triste come successo.Nel frattempo intorno a noi proseguono la retorica e i riti del pre-

    fidanzamento. Un famigliare della sposa, dallaltro lato del tendone, parla dellacoppia, al microfono. La futura sposa, Alaba, assente. Lavora in banca a CapeTown. Lo sposo, Dayo, un mio cugino di secondo grado, venuto con la suafamiglia a presentarsi formalmente ai futuri suoceri.

    Rapinatori armati, dice Muyiwa. successo nel 1998.La pelle della signora riluce di caldi toni ocra, e i suoi occhi intelligenti

    lampeggiano ogni volta che parla o ride. La osservo attentamente da dove sonoseduto. Deve avere pi o meno cinquantacinque anni.

    Gli uomini sono entrati in casa di notte, armati. Hanno svegliato i genitori, ibambini, i domestici.

    E gli hanno sparato? No.Le rapine a mano armata nelle case erano molto comuni a Lagos negli anni

    Novanta, e ci sono ancora dei casi, anche se meno frequenti. La mia famigliaricevette due visite. Una volta, mentre ero da mia zia per una lunga vacanza,alcuni uomini erano entrati nella propriet ma non erano riusciti a sfondare leporte blindate di casa. Ci eravamo rannicchiati in camera da letto mentre i ladri ciminacciavano da fuori. Continuarono per parecchio, tentando di buttare gilenorme porta dentrata, fino allalba. Solo allora, sconfitti, lasciarono perdere escomparvero allarrivo delle ombre. Emergemmo dalle barricate molto tempo

  • dopo che il sole era sorto. Uno dei rapinatori doveva essersi ferito con i pezzi divetro in cima al muro di cinta. Trovammo gocce di sangue sullasfalto, comepetali infausti, lungo i muri che circondavano la casa e che portavano alla portaprincipale.

    Quei rapinatori, o altri come loro, tornarono pochi anni dopo, quando me neero andato in America. Quella volta, riuscirono a entrare. Lo zio Tunde si prese unpugno in faccia. Muyiwa, che allora aveva pi o meno otto anni, venneschiaffeggiato. Tutti i gioielli, il denaro e le apparecchiature elettroniche furonorubati. Dopo quellepisodio, zia Folake ebbe problemi di insonnia per molti anni.Lo zio Tunde compr una pistola che non us mai, nemmeno per allenarsi.Rimase appesa alla parete in camera da letto, ad arrugginirsi. Era una presenzamisteriosa nella casa di famiglia, un oggetto di scena cechoviano che aspettavainvano di essere utilizzato.

    Hanno ripulito la casa, ma prima di andarsene hanno costretto il signorAdelaja ad andare con loro.

    Il maestro di cerimonia fa una battuta che scatena le risate di entrambe lefamiglie. La famiglia della sposa ha scelto il color pesca come tema perloccasione, e tutti i copricapi sono della stessa tinta. Sentendo la risata, Muyiwae io alziamo insieme lo sguardo, poi lo riabbassiamo e Muyiwa prosegue con lasua storia.

    Lhanno chiuso nel bagagliaio e sono andati a casa dei vicini. Quando sonoarrivati, lhanno trascinato fuori, costringendolo a parlare al citofono. Sono il

  • vostro vicino, vi prego, ho bisogno del vostro aiuto. Per favore aprite il cancello.Erano le due del mattino. Il signor Adelaja era il tipo di persona a cui aprivi aqualsiasi ora. Un uomo rispettabile, conosciuto e amato in tutto il quartiere. Ecos i rapinatori entrano dal vicino e gli ripuliscono la casa. Poi trascinano fuorianche lui, lasciando moglie e figlie a piangere e implorare. I due uomini finiscononel bagagliaio, e sentono i rapinatori discutere la loro strategia: Be, questi due cihanno visto in faccia, hanno sentito la nostra voce, dobbiamo ucciderli. E cosaprono il bagagliaio e sparano due colpi al signor Adelaja, uno allo stomaco e unoalla testa. Il vicino viene risparmiato, perch sperano di usarlo come esca persvuotare altre case. Chiudono il bagagliaio e ripartono. Poco dopo, incrociano unposto di blocco. In preda al panico, saltano gi dallauto e scompaiono tra glialberi. Gli agenti esaminano la macchina e trovano due uomini ricoperti disangue, uno ancora vivo.

    Muyiwa scrolla il capo. Guardo ancora la signora Adelaja, cos radiosa che nonsi percepisce nulla del dolore e della terribile umiliazione che ha subito. Ma questo il fardello che quei bastardi lhanno obbligata a portare per il resto dellasua vita: il ricordo delluomo che amava associato per sempre alla devastazionedi quellunica sera. Penso a come avevano finito la giornata, andando a lettocome ogni altra coppia sposata da tempo, forse con qualche parola tenera, oforse nel mezzo di un battibecco, senza il minimo presentimento della violenzache ben presto li avrebbe divisi per sempre.

    La immagino nelle settimane e nei mesi successivi, il bellissimo viso sfigurato

  • dal dolore. E poi pian piano, il coraggio di continuare che era riemerso, la forzache aveva dovuto trovare per se stessa e per i figli. Una forza che va al di ldellimmaginazione. In quel momento mi sembra dolorosamente meraviglioso chenon ci sia traccia di tutto ci sul suo viso, nessun segno visibile, sette anni dopo.

    Sotto il tendone bianco, la famiglia della sposa ha incominciato a servire bibitee riso jollof e moin-moin. Osservo la famiglia dello sposo, la mia famiglia. Gliuomini indossano copricapi aso oke porpora, le donne luccicanti geles porpora. Imiei famigliari, le cui vite sono state alterate per sempre dal tempo. Ogni viso sucui si posano i miei occhi mi lascia senza parole. Vedo zia Arinola, la sorellamaggiore di zio Tunde, il cui marito si sentito male in un mercato di Benin City,il cadavere ignorato dai passanti per ore. A due posti da lei c un amico difamiglia, un uomo molto gioviale, il signor Hassan. il padrino di mio cuginoAdebola; sua moglie stata uccisa in un incidente dauto lo scorso anno. Eranosposati da ventisette anni. E poi penso a me stesso, alle persone che ho perso. Ilricordo di mio padre gi diventato impalpabile, associato ormai a pochi eventi:un compleanno, un giorno in spiaggia, una discussione serale in cucina mentrepulivo un pesce e lui era seduto a tavola a leggere delle cose di lavoro. Nonriesco nemmeno a ricordare di cosa avevamo parlato. Tutto ci che mi rimasto il ricordo di me che tagliavo le branchie mentre lui alzava lo sguardo dalla piladi documenti e diceva qualcosa di tanto in tanto. Qualche volta cerco invano dicrearmi unimmagine mentale del suo viso a quel tavolo. Ho ancora dellefotografie, ma non ricordo pi comera mio padre.

  • Laria sotto il tendone satura degli aromi del cibo. Ci passiamo piatti di riso epollo finch tutti sono serviti. Il passato invisibile, in questo giorno di festa, comeogni giorno:

    e dietro le vena s lunga trattadi gente, chi non averei credutoche morte tanta navesse disfatta.

  • Dieci

    Il pastore Olakunle percorre il palco a grandi falcate. Ha unenergia incredibile.Si ferma, fissa la telecamera, solleva la Bibbia e fa un gran sorriso. Respirarumorosamente nel microfono. Dio buono. Dio buooono. Il pastore Olakunlesta impartendo un sermone ai fedeli. una parola potente quella che il Signoreha messo nel suo cuore, il Signore sia lodato. Dio non vuole le malattie. Dio nonvuole la morte. Se solo riusciste a crederci. Voi. Guarirete. Sia lodato il Signore. Ilnostro Dio non povero, e non nemmeno disperato. I suoi fedeli non possonoessere poveri n disperati.

    Il pastore Olakunle indossa un vestito di seta. Le sue scarpe sono di ottimocuoio italiano, laccento americano, come si addice a un uomo abbiente. Ilpastore Olakunle intossicato dalla gioia del Signore. Salta, cammina avanti eindietro. Ancora una cosa, dice, e questa meravigliosa: quando imbocchi la

  • strada della fede, non ti ammali pi. S, avete sentito bene. Il signore allontanerogni malattia dalla vostra vita. La guarigione sar vostra, nel nome onnipotentedi Ges.

    Il pastore Olakunle possiede varie Mercedes-Benz. Non chiaro se abbia unavita di successo come quella del pastore Michael che, come noto, ha sia unaRolls-Royce che un Learjet, sia lodato il Signore. Ma che anche, inspiegabilmente, appena morto. Il Signore agisce in modi misteriosi. E comunque, il nostroSignore non povero e il pastore Olakunle se la passa molto bene. La Chiesadella Nuova Generazione piena da scoppiare, sia lodato il Signore, e quando ilpastore Olakunle parla di guarigione assicurata, una donna nel pubblico solleva lemani al cielo con aria adorante, si alza e sviene.

  • Undici

    Adebola, il fratello di Muyiwa, era appena nato quando ero partito perlAmerica. Ora alle superiori e tra un paio danni andr alluniversit. unragazzo sveglio, riflessivo e di buon carattere; tra i venti migliori in una classedi duecentocinquanta. Frequenta la scuola Mayflower a Ikenne, nello statodellOgun. La Mayflower, uno dei collegi pi famosi della Nigeria, fu fondata daTai Solarin nel 1956. Solarin era un cane sciolto, e fu perseguitato dalle variegiunte militari che governarono malamente il paese. Mor nel 1994, e i nigerianilo tengono ancora molto in considerazione, anche perch, per gran parte dellasua vita, si batt perch listruzione elementare fosse gratuita e obbligatoria.

    Tai Solarin era un umanista, dice Adebola. Giusto, rispondo. E sai cos un umanista? Certo. Un umanista qualcuno che non crede in Dio.

  • Oh no, Adebola. Quella non la definizione di umanista. Tai Solarin un umanista. E Tai Solarin non crede in Dio. Vere entrambe le cose. Ma non sono collegate. Un umanista qualcuno che

    crede nellumanit, che celebra labilit e il potenziale umano. da quello chederiva lespressione studi umanistici. Chi non crede in Dio invece un ateo.

    Un umanista qualcuno che non crede in Dio. Ce lhanno detto a scuola.

  • Dodici

    Al mercato si va per partecipare al mondo. Come tutte le cose che riguardanoil mondo, il mercato richiede cautela. Il mercato come essenza della citt brulica di possibilit e pericoli. Sconosciuti che si incrociano in un mondo diinfinita variet: bisogna stare allerta. Al mercato non si va solo per comprare ovendere, ma perch un dovere. Se rimani a casa, se ti rifiuti di andare almercato, come puoi sapere dellesistenza degli altri? Come puoi sapere della tuastessa esistenza?

    Quando mi sono messo a parlare yoruba, luomo con cui stavo contrattandoper delle maschere scolpite ha fatto una risata nervosa. Ah, oga, dice. Nonsapevo che parlavi la nostra lingua. Ti ho preso per un oyinbo, o un Ibo! Sonoinfastidito. Quali minuscoli indizi negli abiti o nel linguaggio del corpo mi hannotradito ancora una volta? Non succedeva quando vivevo qui, quando passavo da

  • questo stesso mercato mentre andavo alle lezioni preparatorie per lesame.La fermata dautobus di Tejuosho, a un passo da dove mi trovo, un groviglio

    di traffico, soprattutto danfo e molue, che si potrebbe essere tentati di descriverecome uno dei punti pi densi di attivit umana della citt, se la descrizione nonfosse vera anche per altri quartieri: Ojuelegba, Ikeja, Oshodi, Isolo, Ketu, Ojota.

    Be, ora che sa che non sono un turista, potrebbe farmi un buon prezzo, abi? Scrolla il capo, cercando una scusa. Oga, sono tempi duri, non ti ho chiestomolto . Ha ancora il sospetto che io abbia addosso tanti soldi da non saperecome spenderli. Le maschere sono bellissime, ma la cifra che chiede esorbitante. Esco e proseguo. Altri venditori mi chiamano. Oga, capo, guardaqua, ti faccio un buon prezzo. Altri semplicemente gridano Oyinbo, bianco.Nelle minuscole botteghe ci sono dei giovani comodamente seduti su stuoie dirafia o su bassi sgabelli. Passano il tempo, aspettando che succeda qualcosa,corpi concepiti per attivit molto pi vigorose di questa. Mi muovo nel dedalo dibancarelle che, come un suk, fresco e ingombro di merci, quasi compiaciutodella propria offerta di pacchianerie che si riversano nel cavernoso interno delmercato. Pile di vivaci secchi di plastica ricoprono lentrata, e poco dietro levenditrici di tessuti solo donne, alhajas avvolte nei pizzi si guardano intornocon aria svogliata. Ledificio illuminato male allinterno, come se il mercatoesterno stesse rivendicando per s ci che era stato concepito per diventare unmall. sempre stato il mio mercato preferito, il pi fresco: lunico movimento quello della scia dei clienti, e dei ventilatori che sorvegliano la scena girando

  • lenti. Per terra, il cemento stranamente morbido, levigato dalluso. Poi riemergoalla luce del sole e allimprovvisa isteria di clacson e motori. Sei strade siincrociano in questo punto e non ci sono semafori. Gli ingorghi sono la regola acui raramente c eccezione. Qui, mi stato detto, dove stato ucciso ilragazzo.

    Aveva undici anni. Ha fregato una borsa nel mercato, sei settimane fa.Conosco il resto della storia ben prima che mi venga raccontata: lho gi vista, operlomeno ho visto le parti che la compongono, anche se mai tutte insieme. Lhovista in frammenti e non mi ha impressionato, come i bambini davanti a quelloche per loro normale. Ero ancora piccolo quando ho imparato a unire le variescene in ununica storia. La presa disperata, lurlo al ladro comune altrove, ma aLagos ti fa raggelare il sangue dalla paura che viene ripetuto da chi non havisto il furto ma convinto del potere motivante delle grida. Successe propriocos il giorno in cui mi trovavo alla bancarella del venditore di garri con miamadre. Non avr avuto pi di sette anni. Al ladro, al ladro. Poi linseguimento, cheemerge in modo organico e con spaventosa rapidit dalla placida atmosfera delmercato, unondata furiosa di uomini che si tramuta in una singola creatura. E poila cattura del malvivente braccato da ogni parte, i suoi tentativi di negare e,quando questi inevitabilmente falliscono, le suppliche. Ha iniziato da poco asupplicare quando viene spintonato e lho visto con i miei occhi, pi di una volta, preso a calci e picchiato da altri uomini con quella che non sembra mai altroche esasperazione personale. La violenza intima, punteggiata di imprecazioni.

  • Nel frattempo la borsa sottratta stata restituita alla signora, che ha lasciato lascena del misfatto. Se non fosse stato rubato nulla, nulla sarebbe stato restituito,ma gli eventi devono sempre seguire il loro corso.

    Qualcuno mi spintona. Stavo fantasticando, trasformandomi in un bersaglio.Che idiota. Controllo le tasche, mi assicuro di avere ancora il portafoglio, eavanzo nella folla che si radunata allincrocio. Il traffico bloccato. Sono venutoper questo, per vedere con i miei occhi il punto in cui successo.

    Il ragazzo ha undici anni, ma da sempre mangia poco e sembra molto pipiccolo. Piangendo, cerca di spiegare qualcosa. Qualcuno mi ha detto di farlo,dice, quelluomo, e indica qualcuno, inutilmente. Un tizio muscoloso fa un passoavanti e lo schiaffeggia. Si scopre che accusato di avere rubato un bambino,non una borsa. Tutti sanno che si pu usare un bambino per fare soldi, perprodurre letteralmente contanti, alleandosi con invisibili poteri occulti. Un vecchiopneumatico da dove salta fuori? viene recuperato in fretta. Il ragazzino vienepicchiato ripetutamente, gli strappano i vestiti. In mezzo al trambusto si crea unospazio. Un capannello di studentesse in uniforme bianca e verde si unito aglispettatori. E un nuovo colpo di scena: tra la folla, un uomo estrae unavideocamera. Locchio digitale registra levento: quel corpo fragile che, privato deivestiti, ora ricorda un giunco scuro frustato dal vento. La ruota viene infilata sulbambino, che sta perdendo i sensi ma si riprende appena viene ricoperto dibenzina. Da lontano due vigili, quelli che vengono chiamati Febbre Gialla,guardano. Il liquido spruzzato pi leggero dellacqua, profumato, gli scivola

  • addosso, perle nei capelli ricci. Il bambino brilla. Smette di implorare. Smette diimplorare quando non ancora torcia. Il bianco dei suoi occhi brilla come unalampada. Manca unultima cosa, che arriva in fretta. Il fuoco attecchisce con unaraffica rumorosa, la folla trattiene il respiro e indietreggia. Il ragazzino inizia unadanza selvaggia ma, trattenuto dal copertone, si accascia in fretta, poi rimaneimmobile. Il momento pi vivido nella vita del fuoco passa, il colore si smorza e lefiamme diminuiscono. La folla si allontana, chiacchierando e sospirando,momentaneamente sazia. Luomo abbassa la videocamera e scompare, come glialtri. Il traffico riprende ben presto intorno al cumulo carbonizzato. Laria sa digomma, carne e gas di scarico.

    Tra pochi giorni, sar come se nulla fosse successo. Alcuni copieranno ilfilmato, la cassetta circoler, forse fornir un po di intrattenimento per gli uomininelle botteghe, nelle stazioni di polizia, nelle case. Alla fine verr trasmesso alnotiziario nazionale, far scandalo e verr dimenticato allistante. Non riesco atrovare la determinazione per cercare la cassetta, ma ne sento parlare spesso.Un lucignolo senza nome, spento. E che importa se aveva solo undici anni? Unladro un ladro; il suo maestro trover un altro ragazzo, un altro senza nome. Ilmercato ha visto tutto, ora deve mangiare. Non cambia le sue abitudini.

    Io invece devo trovare il danfo che va da qui a Yaba. Ci vuole un attimo. Ilcanto del conducente mi attira dallaltra parte del passaggio sopraelevato. Ilveicolo pi nuovo della media. Ha un adesivo sul finestrino posteriore. Iltempo di Dio il tempo migliore. E sotto un altro: un bravo ragazzo. Salgo

  • sullautobus e lascio il mercato.

  • Tredici

    Laria in questa citt strana, familiare, densa di storia, e mi porta a pensarealla vita come un insieme di storie. Le trame mi arrivano da ogni direzione. Tuttiquelli che entrano in casa, ogni sconosciuto con cui mi metto a chiacchierare, hauna storia affascinante da raccontare. I dettagli che trovo cos attraenti in GabrielGarca Mrquez sono qui, ad aspettare langelo che li registri. Non devo fare altroche pungolare leggermente, e la gente si confida. E quello che mi affascina laconsistenza letteraria di quelle vite, vite piene di storie imprevedibili.

    C un aspetto romantico in tutto questo. Penso a Vikram Seth, che abbandonil dottorato a Stanford per andare in India a scrivere Il ragazzo giusto. Lasolitudine monastica della sua stanza, i pasti annunciati da un discreto bussarealla porta. O lesempio di Garca Mrquez, quando stava scrivendo Centanni disolitudine. La devozione completa al lavoro, il sostegno incrollabile di una

  • compagna, la fiducia nel proprio talento, e la certezza che il pubblico sarebbestato daccordo. Non permise ai fantasmi dei suoi primi insuccessi di interferirecon quella visione.

    Un mattino, camminando fuori dalla propriet dove Isheri Road si unisce alponte dellautostrada Lagos-Sagamu, vedo un tamponamento tra due macchine.Allistante, entrambi gli automobilisti spengono il motore, saltano gi dallauto, einiziano a picchiarsi. Lottano selvaggiamente ma senza cattiveria, come se fosseun antico rituale che entrambi devono ripetere, pi per dimostrare la propriavirilit che per il diritto di precedenza. Quando qualcuno si stacca dalla folla che si riunita per separarli, uno dei due ha la bocca che sanguina.

    Be, questo meraviglioso, penso. C vita da queste parti. I dettagli vividisono tuttintorno a me. un paradiso per gli amanti dei pettegolezzi. Soltantouna settimana dopo vedo unaltra rissa, nello stesso punto. Arrivano tutti iperdigiorno della zona. Un pandemonio, ma perfettamente normale, e siesaurisce nel giro di dieci minuti. Fine dello spettacolo. Tutti tornano alle lorocose. Certo, un modo terribile di vivere in una societ, ma allimprovviso provouna vaga compassione per quegli scrittori che devono esercitare il loro mestierein sonnolenti sobborghi americani, descrivendo scene di divorzio simboleggiate daun lentissimo risciacquo di piatti. Se John Updike fosse stato africano, avrebbevinto il Nobel ventanni fa. Sono convinto che il suo materiale lo ostacolava.Shillington, Pennsylvania, semplicemente non era allaltezza della suastravagante genialit. E ancora pi tristi sono gli scrittori che non hanno un

  • millesimo del talento di Updike eppure devono setacciare lo stesso arido terrenoin cerca di storie. Qui non c la stessa aridit, ma ci non significa che potreitornare facilmente a vivere in Nigeria. C la questione dei soldi, il problema delmio sviluppo professionale, e laltro mio lavoro. Questioni serie a cui, certo, sipossono trovare delle soluzioni. Ma c anche la mia tolleranza a questoambiente. Sono preparato alla rabbia che la Nigeria pu far affiorare in me? Aivari guai in cui un umanista si pu cacciare in un posto cos? Nelle mie primesere a Lagos, i black-out mi piacevano quasi. Ogni tanto Muyiwa e ioscommettiamo se avremo la luce almeno fino alle dieci. Capita di rado. Loschermo del televisore sfarfalla fino al nulla, la stanza viene improvvisamenteinghiottita dallombra, e il ventilatore al soffitto rallenta fino a fermarsi. Aseconda di quanto tardi, accendiamo il generatore oppure lo lasciamo spento.Di rado lo teniamo in funzione tutta la notte.

    Lelettricit ritorna verso le quattro del mattino, o pi tardi. Le pale riprendonoa ruotare come una conversazione interrotta e ripresa a met frase. Lelampadine si accendono con un sibilo nel corridoio e in sala. Di notte il caldo insopportabile e spesso non riesco a dormire finch non torna lelettricit. Soloallora, quando il ventilatore comincia a rinfrescare la stanza, scivolo finalmentenel sonno. Ma nel giro di un paio dore il sole si leva, il muezzin e i galli avviano laloro gara quotidiana, e qualsiasi speranza di dormire si fa vana. La cosa pifastidiosa, dopo settimane di black-out costanti, il rumore dei generatori. Lacasa, che era molto grande in origine, stata divisa in tre spaziosi appartamenti.

  • Due sono stati affittati ad altre famiglie, per arrotondare. Uno degli svantaggi diquesta sistemazione che ora nella propriet ci sono tre rumorosi generatoridiesel. Quando si accendono, cio ogni notte, sento la testa esplodere. Non riescoa gioire del privilegio di queste tre famiglie che possono permettersi il generatorein una citt dove tantissimi rimangono al buio. Il rumore e i pennacchi di fumogrigio scuro del diesel sono impressi nella mia mente: appena inizia il black-out lamia serata finisce. I vicini al piano di sotto guardano sit-com sudafricane a unvolume assordante. La mia camera da letto, accanto al generatore, invasa dalfragore. Non riesco a sentirmi pensare. In quelle serate, preferirei stare seduto insilenzio con una candela, ma non una decisione che posso prendere per altrediciotto persone nella propriet.

    Questo solo uno dei tanti disagi. Con il traffico perenne, che un problemagrave a Lagos, e considerando le migliaia di traumi naturali a cui il nigerianomedio soggetto la polizia, le rapine a mano armata, i funzionari pubblici, ilgoverno, la totale assenza di assistenza sociale, la scarsa distribuzione di servizi, lambiente urbano tutto tranne che tranquillo. Provo grande rispetto perchiunque riesca a dedicarsi a qualsiasi tipo di lavoro creativo nel paese. Come ifotografi nigeriani che ho incontrato a un evento al Goethe-Institut, persone che,sfidando ogni ostacolo, mantengono viva la lotta per larte. Adesso li ammiroancora di pi.

    C una separazione netta tra la ricchezza di storie disponibili e la scarsit dirifugi creativi. Non ci sono computer in casa, ma avevo sperato almeno di

  • starmene tranquillo in camera mia di sera e scrivere un po. Questo piano si rivelaquasi irrealizzabile. Di giorno impossibile con tutto landirivieni per casa e iparenti da vedere, e di notte anche, con lodore del diesel che impregna laria elurlo del trio di generatori unito ai canti che si levano dalle chiese a pocadistanza. Scrivere difficile, leggere impossibile. La gente cos stanca dopo lescocciature di unordinaria giornata a Lagos che, per la stragrande maggioranza,una forma di intrattenimento insulsa preferibile a qualsiasi altra. Questo iltacito prezzo da pagare per tutte le tensioni accumulate nella vita quotidiana diLagos: i tragitti di dieci minuti che durano quarantacinque, la mancanza di luoghiraccolti, il confronto costante con bisogni pi basilari dei tuoi. Alla fine dellagiornata, la mente stanca, il corpo stremato. Il massimo che riesco a fare scattare qualche foto. Per il resto del mese non scrivo e non leggo.

    Eppure, eppure. Questo luogo esercita un fascino primitivo su di me. Non cfine allincanto. La gente parla di continuo, facendo appello a un senso di realtche non identico al mio. Trova soluzioni meravigliose per problemi complicati, ein questo vedo una nobilt di spirito che ormai rara nel mondo. Ma c anchemolto dolore, non solo melodrammatico, nel modo in cui le difficolt economichelogorano le persone, le erodono, facendo leva sulle loro debolezze finch siritrovano a fare cose che odiano, e diventano lombra della loro parte migliore.Prima il problema era sempre chi comandava. Ma adesso, quando esci in strada, probabile che loppressore sia un tuo concittadino. I valori etici sono corrosi daanni di sofferenza, da una vita sullorlo della disperazione. C una venalit diffusa

  • qui, e latmosfera generale di resa, di impotenza, la cosa pi devastante.Decido che amo troppo la mia tranquillit per immischiarmi nei problemi altrui.Non torner a stare a Lagos, assolutamente no. Non importa se ci sono unmilione di storie non raccontate, non importa se anche questo contribuisceallatmosfera di sconfitta.

    Torner a stare a Lagos. Devo tornare. Sono disteso sul letto, in boxer enientaltro, a resistere al caldo umido del tardo pomeriggio. Ho gli auricolari, esto ascoltando Giant Steps, quella tortuosa discussione modale di sassofono,batteria, basso e piano che una costruzione e decostruzione ripetuta del mondoudibile. Il volume quasi al massimo, ma i generatori dicono: No, non riuscirai agodertela. Non ho nessun diritto di ascoltare Coltrane, no, con tutto il resto chesuccede qui. Questa Lagos. Non sono daccordo, alzo il volume e sento sia lamusica che il rumore. Nessuno dei due cede. La lotta tra larte e il groviglio dellarealt non produce alcun senso.

  • Quattordici

    Il museo nazionale a Onikan, nel cuore della vecchia Lagos. Questa partedella citt ha parecchie cose in comune con altri decadenti centri coloniali.Leredit del governo straniero visibile nelle chiese, negli edifici in stilebrasiliano, nei portici delle decrepite istituzioni che bordano come pizzi leminuscole strade tortuose. L accanto svettano i grattacieli luccicanti cheannunciano Lagos Island come il centro nazionale del commercio. lo stessofenomeno che si pu osservare a Mumbai, intorno alla stazione ferroviaria delVictoria Terminus, un miscuglio di vecchi edifici e costruzioni nuove, incerte. Ilmuseo si trova in una zona di Onikan un po meno angusta, allombra dello stadioTafawa Balewa Square, davanti al vivace quartiere generale della Musical Societyof Nigeria e vicino al nuovissimo City Mall dalla facciata in stile dorico.

    Il museo non ha nulla a che spartire con il glamour di questi edifici.

  • composto da tre o quattro costruzioni basse alla fine di un viale che attraversa ungiardino perfettamente curato. Quel mattino regna il silenzio. Uno spazzino fa ilsuo lavoro con calma. Dietro linferriata azzurra allentrata c una coppia di vasigiganteschi. Al bancone della reception, che si apre in un atrio, un cartello precisache il biglietto costa cinquanta naira. La donna svogliata dietro il vetro mi mandaalla biglietteria, a cinque metri da dove seduta lei. Compro il biglietto daunaltra donna e visto che nessuna delle due sembra desiderosa di rispondere aqualche domanda, entro nella prima delle gallerie. Non ci sono brochuredisponibili sulla collezione. Non ci sono libri n stampe in vendita.

    Da molti anni mi ero pregustato questa visita, perch il National Museum stato per me una pietra miliare della memoria. Durante i miei anni negli StatiUniti e in Europa, molte delle mie riflessioni sul patrimonio culturale nigeriano miriportavano a Onikan, al ricordo inconsistente di un luogo che avevo visitato dabambino. Chiunque sia lontano da casa si aggrappa a qualcosa. Per me era ilmuseo e il significato che avevo attribuito alla sua collezione.

    Sono lunico visitatore in ognuna delle gallerie in cui entro. Le sale sonosilenziose, tranne per il chiacchiericcio di due custodi in una e il canto solitario diunaltra inserviente in quella dopo. La donna siede in un angolo e canta leggendoda un innario come se non fosse sul posto di lavoro. Mi ignora finch, in fondo auna lunga fila di teche, estraggo la macchina fotografica e scatto.

    Non permesso! Scusi?

  • Non permesso. Vietato. Niente foto.Indica lo strumento incriminato, sventola la mano e mi lancia uno sguardo

    fulminante. Il suo tono acido cambia subito appena riprende il verso a cui si erainterrotta e ricomincia a cantare dolcemente le glorie del Signore. totalmentescollegata dallambiente che la circonda. Una cristiana vittoriosa in mezzo agliidoli. La sua voce aleggia nelle sale. Le gallerie anguste mi sembrano diverse dacome le ricordavo o mi ero immaginato, e gli oggetti esposti sono ricoperti dipolvere o protetti da vetri sporchi. Tutto ha unaria stanca, improvvisata, come uncompito delle superiori terminato anni prima e mai pi toccato. La delusione pigrande per non nella presentazione, ma nel contenuto. Pensavo davvero ditrovare esposta la gloria dellarcheologia e della storia dellarte nigeriana. Avevosperato di vedere il meglio dei bronzi Ife, delle raffinate statuette e targhe inottone del Benin. La terracotta Nok, gli oggetti in corda di Igbo-Ukwu, larte percui la Nigeria giustamente ammirata nei musei e nelle accademie di tutto ilmondo.

    Ma non cos. S, ci sono esempi di ciascun tipo darte, ma sono pochi, di radodella qualit migliore, e in pi documentati male. In generale, il museo impantanato in una strana reticenza. evidente che a nessuno interessa lacollezione: ha lacune tali che viene da pensare sia stata vittima di un saccheggio.I pezzi migliori sono probabilmente finiti nelle mani di qualche mercante di Parigi,di Zurigo, o di chiss dove. La mia recente esperienza di arte nigeriana alMetropolitan Museum of Art di New York stata ottima, cos come al British

  • Museum e al Museum fr Vlkerkunde a Berlino. Ambienti puliti, illuminazionecurata e soprattutto una documentazione eccezionale, che fornisce alle opere unadeguato sfondo culturale. Ciascuno di quei musei mi ha fatto tornare la voglia divedere quellarte incredibile nel contesto migliore, di vederla nella sua stessapatria. New York, Londra e Berlino mi hanno fatto venire nostalgia di Lagos.LOccidente ha intensificato la mia sete di arte africana antica. E Lagos si stadimostrando una delusione straziante.

    Sono consapevole della storia travagliata del collezionismo di arte africana, delmodo in cui le autorit coloniali avevano trasportato un gran numero di tesorinelle loro capitali, nel diciannovesimo secolo e allinizio del ventesimo. Ma soanche come erano ricchi i musei nigeriani negli anni Sessanta e Settanta, quandogli archeologi Frank Wilson e John Wallace erano i curatori. Wilson unautoritin fatto di arte Ife, e Wallace un raffinato etnografo di arte yoruba e fluviale.Dopo di loro, il famoso storico dellarte Udoh Udoh divenne direttore del NationalMuseum. Erano accademici, precisi nel documentare e presentare ogni pezzo. Manegli anni Ottanta, come altre istituzioni nazionali durante il regime militare, imusei diventarono sinecura per chiunque venisse assegnato alla direzione.Ricordo una conversazione che ebbi con Wallace nel 1999 al Soas di Londra, lacelebre School of Oriental and African Studies. Persona gradevole ed erudita,Wallace era andato in Nigeria con il British Colonial Service, e aveva fatto carrierafino ai vertici del vecchio Dipartimento darte e antichit. Mi raccont che uno deidirettori del museo di Lagos era troppo superstizioso per occuparsi di alcuni pezzi

  • della collezione. Era un mallam, e temeva il potere di maschere e statue comefeticci. Secondo Wallace, molti pezzi rimasero nei sotterranei a coprirsi di polvere.

    Ci che vedo al museo non mi d motivo di pensare che sia miglioratoqualcosa negli ultimi ventanni. Uscendo dalla prima serie di gallerie mi trovo inun piccolo cortile. Lungo i muri ci sono cartelli in cartone bianco tanto sulle variecerimonie regali nigeriane, quanto su una spedizione archeologica tedesca interritorio ijebu negli anni Ottanta. La qualit della stampa scarsa, i cartelli sonoscoloriti dal sole e ricoperti di muffa, che ha inghiottito il testo e le fotografie invari punti. Il cartone arricciato ai bordi. Ancora una volta provo quellasensazione ineluttabile di trovarmi di fronte a un compito scolastico abbandonato.Il cortile viene occasionalmente affittato per compleanni o funerali: unamica miha detto che la festa per il funerale di sua nonna si tenuta qui. Quindi i nigerianivengono al museo, se non altro per le feste nel fine settimana.

    Entro in una piccola galleria dedicata allarte reale del Benin, e intravedo unpaio di turisti che si dirigono verso luscita. Penso siano stranieri, dalla lingua edai modi, forse brasiliani. Che tristezza arrivare da Rio o Bahia in cerca delleproprie radici e trovare questa desolazione. I due brasiliani sono gli unici altrivisitatori che incrocio al museo nelle due ore che vi trascorro. Nella galleria delBenin un custode marcia verso di me con piglio deciso e mi chiede, con aria moltopreoccupata, se ho il biglietto. Glielo mostro. Volevo solo essere sicuro, dice.Cinque minuti dopo un altro uomo, altrettanto agitato, mi chiede se ho il bigliettogiusto per la galleria. Glielo mostro e dice: Volevo solo controllare. Non riesco a

  • capire se mi stanno chiedendo una mancia e sono felice di non sapermi dare unarisposta.

    Ed tutto qui, le gallerie sono finite. La collezione archeologica penosa:poche maschere, qualche cesto di perline, una manciata di statuette.Praticamente nulla che faccia battere il cuore. Di certo non le magnifiche teche diplexiglass piene di squisite teste Ife in bronzo che mi ero aspettato di trovare. Pitardi, leggo il curioso racconto di come un bronzo del Benin era andato perduto.Nel 1973, quello che allepoca era il capo dello stato, il generale Gowon, avevatelefonato a Udoh Udoh per informarlo che sarebbe andato al museo a scegliereun pezzo da donare alla regina dInghilterra. Appena ebbe riagganciato, il dottorUdoh corse a nascondere alcuni dei pezzi migliori, in modo che non finissero nellemani del generale. Gowon arriv poco dopo e, sotto lo sguardo sconvolto diUdoh, prese un pezzo del Seicento una testa di regina madre del Benin perregalarlo a Elisabetta II. La regina dInghilterra immagin giustamente che fosseuna copia e la fece mettere su uno scaffale della Royal Library. Il valore reale delpezzo si scopr solo nel 2002, quando fu esposto alla Jubilee Exhibition. Quellascoperta, che Wallace contribu a stimare, sostanzialmente indebol il tentativodel governo nigeriano di far rientrare in patria vari oggetti del Benin che almomento si trovano al British Museum. Ma il dettaglio pi bizzarro della storia che in origine la testa era stata trafugata dagli inglesi nel 1897 durante laspedizione punitiva, e poi restituita negli anni Cinquanta per contribuire allarealizzazione del Nigerian National Museum. Aveva gi attraversato loceano due

  • volte prima che il generale, in segno di gratitudine per il sostegno britannico allacausa federale durante la guerra del Biafra, la donasse alla regina. E gli inglesi,quella volta, si guardarono bene dal restituirla.

    Sono cos disorientato dalla scarsit delle opere esposte che vado allareception e, come Oliver Twist, chiedo se c altro. Forse c un piano superioreche mi sono perso, o qualcosa del genere. La donna sembra profondamenteinfastidita dalla mia domanda, ma ho il sospetto che sarebbe infastidita daqualsiasi domanda. Mi indica un edificio che sembra un capannone, a lato delmuseo, con un vecchio cartello che annuncia una mostra temporanea; lo spazio dedicato unicamente alla storia dei leader nigeriani, dal 1914, anno dellunionepolitica dei protettorati settentrionali e meridionali, a oggi. Pensavo di aver giavuto lesperienza pi deludente della giornata ma mi sbagliavo, mi attendonoaltre sofferenze. Ledificio circolare contiene il pezzo pi famoso del museo: laMercedes-Benz nera crivellata di proiettili in cui il capo di stato, il generaleMurtala Muhammed, fu assassinato durante il fallito colpo di stato del 1976.Questauto lunica cosa che la maggior parte degli scolari di Lagos ricorda delNational Museum. Oltre al veicolo butterato e luccicante, la mostra contienesoltanto una serie di pannelli alle pareti, con testi sulla storia nigeriana efotografie dei protagonisti principali. Non ci sono artefatti n documenti. Ipannelli, su cartone spesso, sono rudimentali e hanno ceduto anchessi allamuffa. Le foto raffigurano Lord Lugard, Aminu Kano, Obafemi Awolowo, NnamdiAzikiwe, Tafawa Balewa e altri. Il primo dei testi storici in mostra dice: Nella

  • prima parte del diciannovesimo secolo, gli sforzi di vari abolizionisti portaronogradualmente alla fine di quella pratica deprecabile che la schiavit.

    Questo il livello di approfondimento. La tratta atlantica degli schiavi, che videcentinaia di migliaia di nostri compatrioti venduti, torturati e uccisi, unapratica deprecabile. Questo commento insulso era stato senza dubbio scrittoda un funzionario coloniale, probabilmente qualche decennio fa, ma qualcun altrolo tiene appeso qui, anno dopo anno, come giudizio ufficiale della Nigeria sullaschiavit. Mi deprimo un po di pi a ogni pannello che leggo, dedicato a ciascunregime, che elenca i presunti successi di ciascun leader militare. Ladocumentazione storica e non dimentichiamo che questo il National Museum adulatoria, approssimativa, acritica e disperatamente superata, come se aciascun dittatore fosse stato mandato un modulo da compilare con i proprisuccessi. Non riesco a dare un senso a quello che vedo. come se ci fosselidea che buona cosa avere un museo nazionale, ma nessuno avesse lacapacit o linteresse di allestirlo come si deve. La storia, che altrove il pomodella discordia, deve ancora entrare nella coscienza pubblica nigeriana,perlomeno a giudicare da istituzioni come il museo.

    Le narrazioni dei tre regimi pi recenti, stampate su carta, sono affisse vicinoalla fine della galleria circolare. Nessuno potrebbe farsi unidea positiva dellaNigeria basandosi su questo museo. I macellai pi abbietti, che hanno affondatola nazione, sono celebrati senza eccezioni. C Abacha, con i suoi occhiali scuri.C Babangida, con il suo ghigno. La sequenza di poster d unimpressione di

  • continuit e ordine nella storia della post-indipendenza nigeriana, senza nessunaanalisi di colpi di stato e contro-colpi di stato che erano la regola pi cheleccezione. Quali conseguenze sociali ha vivere in un paese che non sa cosafarsene della storia, mi chiedo? Mi viene in mente il brusco commentopronunciato da un personaggio del film di John Sayles, Angeli armati, in rispostaalla domanda di un turista: Atrocit? No. Qui non ci sono state atrocit. Quellecose succedono in altri paesi.

    Quando esco dal capannone la donna alla reception china sulla scrivania,addormentata. luna. Esco dal museo di cattivo umore, e non mi riprendo finchnon entro in un buka l nei pressi e mi godo un pur di patata dolce e una zuppaegusi.

  • Quindici

    Non poteva esserci contrasto maggiore con il National Museum del MusonCentre, che visito pi tardi nello stesso pomeriggio. Il Muson fu fondato negli anniOttanta e da allora ricopre un ruolo fondamentale nella vita musicale e teatraledel paese. Gli spazi del Muson acronimo di Musical Society of Nigeria sonoben distribuiti in tre edifici principali. Uno ospita un auditorium e un teatro diprima categoria, il secondo il conservatorio, e tra i due, in uno spazio verde bencurato, c il ristorante di lusso La Scala. Le energie creative, cos scarse alNational Museum, sembrano essersi concentrate qui. E chiaramente alle litebenestanti quello che succede al Muson interessa. Nel parcheggio, le auto e i Suvluccicano in una lunga fila ambiziosa: Lexus, Bmw, Mercedes-Benz, Audi. Eppuregli spazi non sono concepiti come una fortezza, e si ha davvero la sensazione chesia un luogo per gli autentici appassionati di musica, non un parco giochi per

  • ricchi e potenti. Entro senza che nessuno mi fermi, pur non avendo alcun incaricoufficiale.

    Davanti allauditorium, vari poster annunciano spettacoli recenti e futuri: ungala natalizio, una performance corale, una raccolta fondi per un ente di ricercasul cancro al seno. C un volantino di un concerto jazz con il trombettistasudafricano Hugh Masekela insieme a Labaja, il pi innovativo della nuovagenerazione di musicisti nigeriani. Ma il pi interessante il manifesto per unapice di Molire recitata da una compagnia di professionisti francesi. La cultura,perlomeno in questo angolo della citt, sembra viva e vegeta.

    La cosa migliore del Muson lorganizzazione. Ormai mi aspetto che tutto siadisorganizzato in Nigeria, ma in questo caso mi sbaglio. Eppure unimpresa ingran parte privata, e forse proprio questo il segreto. Gli edifici sono mantenutibene, e durante la mia visita vedo parecchi giardinieri occupati a invasarepazientemente alcune piccole palme. E il Muson sembra anche consapevoledellimportanza di gestire unorganizzazione no profit in partnership con le grandicorporazioni: sia la Agip Recital Hall che lauditorium, lo Shell Hall, prendono ilnome da delle compagnie petrolifere. Uno dei maggiori sponsor poi la societ diconsulenza Accenture.

    Il governo nigeriano, quel grande inetto, stato escluso. Solo il fatto cheesista un conservatorio mi sorprende, e che sia poi cos funzionale mi d unpiacere immenso. Entrando nelledificio mi rendo conto che, in termini diinfrastruttura e contesto, potrebbe un giorno essere allo stesso livello della

  • Juilliard School o del New England Conservatory. Questo pensiero mi fa sentireirrazionalmente orgoglioso. Allentrata, c un cartello con la scritta: MusonSchool of Music. Fondata il 13 febbraio 1989, per lo studio della teoria e dellapratica musicale. E sotto, in caratteri pi piccoli: Lezioni individuali di canto,violino, pianoforte, flauto, clarinetto, tromba, violoncello e chitarra classica pertutte le et. Teoria ed esami pratici a maggio e novembre in vari centri delpaese. Questa letteralmente musica per le mie orecchie. Lezioni di violoncello,a Lagos. Immagino una bambina talentuosa che studia le suite di Bach,allenandosi giorno dopo giorno nonostante il caldo e il rumore del traffico inlontananza, finch ha la piena padronanza dello spirito di quella musica, e riescea portare i suoi spettatori alla meraviglia pura.

    Alla reception c un giovane paffuto dai baffi sottili. seduto a una scrivaniadi metallo, e quando entro sta parlando con una giovane donna snella, dallacarnagione molto scura, con gli occhiali. Luomo mi fa segno di sedermi, poi sialza e si dirige con fare cerimonioso in fondo alla stanza, prende un giornale daun armadio e torna lentamente indietro. Si risiede, apre il giornale e, indicandoun articolo, dice alla donna:

    Ecco, quello di cui stavo parlando. Interessante, no?Le passa il giornale, fissa un punto nello spazio con aria eloquente e, alla fine,

    come se non sapesse pi cosa fare, si rivolge a me. Come posso esserle daiuto?Gli dico che speravo potesse rispondere a qualche domanda sul conservatorio.

  • Cosa le interessa sapere? Be, per esempio, come stata fondata la scuola, i corsi disponibili, i costi.Annuisce con aria pensierosa, si alza di nuovo e avanza piano fino allarmadio,

    prende un piccolo fascio di fogli e torna da me. Queste brochure le possono fornire alcuni dettagli. La scuola fu fondata nel

    1989 e siamo cresciuti molto negli ultimi anni. Come si finanzia la scuola? Grazie a sponsor privati e tasse scolastiche.Poi aggiunge, con aria gioviale: Sa, un uomo ricco come lei potrebbe donarci un milione di naira. Cos.Schiocca le dita. Mi rivolgo alla ragazza e le chiedo se una studentessa. Dice

    che studia nel corso di canto, come soprano. Ha un tono sprezzante. Le chiedo inche tipo di musica si sta specializzando.

    Oh, classica, jazz e roba del genere. Canter per la raccolta fondi la prossimasettimana con lorchestra del Muson Centre.

    Chi c nellorchestra? Prevalentemente insegnanti della scuola stessa.Parla con aria distratta, come un uccellino. Ma la nostra conversazione finisce

    l, e lei rimane seduta a guardarci parlare. Il receptionist dice: A seconda di cosa vuoi, puoi avere un insegnante locale o uno straniero. Qual la differenza? Il costo. I docenti stranieri costano molto di pi.

  • Controllo le tariffe nella brochure che mi ha dato. Quello che dice vero, eaggiunge una nota amara alla mia visita. Mi stanno dicendo che persino uninsegnante nigeriano che abbia studiato, per dire al Peabody Institute o allaRoyal Academy, verrebbe pagato molto meno di qualsiasi insegnante bianco.

    Ma la cosa pi importante, che ricordiamo a tutti i nuovi studenti, chebisogna essere proprietari dello strumento che si vuole imparare. Cerchiamo diessere chiari, ma molti sembrano non capire. Se vuoi imparare il pianoforte, deviavere il pianoforte a casa. Se vuoi imparare il violoncello, devi possederlo. Flauto,tromba, qualunque strumento tu voglia suonare, devi comprartelo.

    E per il canto?Ridacchia. Hanno alzato di parecchio lasticella. Avere un pianoforte, anche in

    Occidente, non facile. In Nigeria proibitivo, tranne per i pi abbienti. Eppure,capisco subito quanto sarebbe complicato avere un sistema di noleggio qui, in unpaese in cui i servizi di credito non sono ancora organizzati e quasi tutto, incluseauto e case, viene pagato in contanti. Daltra parte, gli studenti non potevanoessere obbligati a tornare a scuola a ese