Lilith, madre di tutti i demoni, £¨ stata ... Shadowhunters. La potente magia del Conclave...

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    09-Jul-2020
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Transcript of Lilith, madre di tutti i demoni, £¨ stata ... Shadowhunters. La potente magia del Conclave...

  • Lilith, madre di tutti i demoni, è stata

    distrutta. Ma quando gli Shadowhunters arrivano a liberare Jace, che lei teneva prigioniero, trovano soltanto sangue e vetri fracassati. E non è scomparso solo il ragazzo che Clary ama, ma anche quello che odia, suo fratello Sebastian, il figlio di Valentine. Un figlio determinato a riuscire dove il padre ha fallito e pronto a tutto per annientare gli Shadowhunters. La potente magia del Conclave non riesce a localizzare né l’uno né l’altro, ma Jace non può stare lontano da Clary. Quando si ritrovano, però, Clary scopre che il ragazzo non è più la persona di cui si era innamorata: in punto di morte Lilith lo ha legato per

  • sempre a Sebastian, rendendolo un fedele servitore del male. Purtroppo non è possibile uccidere uno senza distruggere anche l’altro. A chi spetterà il compito di preservare il futuro degli Shadowhunters, mentre Clary sprofonda in un’oscura furia che mira a scongiurare a ogni costo la morte di Jace?

  • Cassandra Clare

    SHADOWHUNTERS CITTÀ DELLE ANIME PERDUTE

  • Per Nao, Tim, David e Ben

  • Nessun uomo sceglie il male perché è il male;

    lo scambia solo per la felicità, per il bene che cerca.

    (Mary Wollstonecraft)

  • PROLOGO

    Simon se ne stava in piedi, attonito, davanti alla porta di casa.

    Era l’unica che avesse mai conosciuto. Era il posto dove i suoi genitori lo avevano portato dopo che era nato. C’era cresciuto, fra le mura di quella villetta a schiera di Brooklyn. D’estate aveva giocato in strada all’ombra degli alberi e d’inverno aveva trasformato i coperchi della spazzatura in slittini improvvisati. In quella casa la

  • sua famiglia aveva osservato la shiva, i sette giorni di lutto, in seguito alla morte del padre. Ed era sempre lì che aveva baciato Clary per la prima volta.

    Non si sarebbe mai immaginato che un giorno, per lui, quella porta sarebbe stata chiusa. L’ultima volta che aveva visto sua madre, lei gli aveva dato del mostro e aveva pregato affinché se ne andasse. Lui, ricorrendo a un incantesimo, le aveva fatto dimenticare di essere un vampiro, ma non sapeva per quanto tempo sarebbe durato. In piedi, nella fredda aria autunnale, guardò fisso di fronte a sé e capì. Anche se non abbastanza.

    La porta era coperta di simboli: stelle di David disegnate con la vernice,

  • la parola ebraica chai, “vita”, incisa nel legno. Alla maniglia e al batacchio erano legati dei tefillin, astucci di cuoio contenenti alcuni versi della Torah. Una hamsa, la Mano di Dio, copriva lo spioncino.

    Ancora frastornato, appoggiò una mano sopra la mezuzah, un altro piccolo contenitore di versetti, appesa sullo stipite destro. Vide del fumo salire dal punto in cui la sua pelle aveva toccato l’oggetto sacro, ma non sentì nulla. Nessun dolore. Solo un vuoto tremendo, che lentamente montava in fredda rabbia.

    Diede un calcio alla porta e sentì l’eco rimbombare dentro casa. — Mamma! — gridò. — Mamma, sono io!

  • Non ci fu risposta, soltanto il suono delle mandate della serratura. Il suo sensibile udito aveva riconosciuto i passi della madre, il suo respiro, ma lei non aveva fiatato. Simon riusciva ad avvertire l’odore acre della paura e del panico, persino attraverso il legno. — Mamma! — La voce gli si ruppe. — Mamma, è assurdo! Lasciami entrare! Sono io, Simon!

    La porta vibrò, come se lei vi avesse tirato un pugno contro. — Vattene via! — La voce di sua madre era aspra, resa irriconoscibile dal terrore. — Assassino!

    — Io non uccido la gente. — Simon appoggiò la testa contro la porta. Sapeva che non avrebbe avuto problemi a

  • sfondarla, ma a cosa sarebbe servito? — Te l’ho detto, bevo sangue animale!

    — Tu hai ucciso mio figlio — disse lei. — Lo hai ucciso e hai messo un mostro al posto suo!

    — Ma tuo figlio sono io… — Hai il suo volto e parli con la sua

    voce, ma non sei lui! Tu non sei Simon! — La voce della donna si alzò fino a diventare quasi un grido. — Vattene da casa mia prima che ti uccida, mostro!

    — Becky… — disse Simon. Aveva le guance bagnate. Alzò le mani per toccarsi il viso e, quando le allontanò, vide che erano macchiate: lacrimava sangue. — Che cosa hai detto a Becky?

    — Stai alla larga da tua sorella! — Simon avvertì una successione di rumori

  • metallici provenire da dentro la casa, come se fosse caduto qualcosa.

    — Mamma — tentò di nuovo, ma questa volta il suo tono di voce non si accese. Gli era uscito soltanto un sussurro rauco. La mano aveva iniziato a pulsargli. — Ho bisogno di saperlo. Becky è lì? Mamma, apri, per favore…

    — Stai lontano da Becky! — Ora lei si stava allontanando dall’ingresso, sì, riusciva a sentirla. Poi giunse l’inconfondibile cigolio della porta della cucina che si spalancava e lo stridio del linoleum mentre sua madre ci camminava sopra. Un cassetto che si apriva. All’improvviso se la immaginò che afferrava uno dei coltelli.

    Prima che ti uccida, mostro.

  • Il pensiero lo sconvolse. Se lei lo avesse attaccato, il Marchio avrebbe reagito disintegrandola, come aveva fatto con Lilith.

    Lasciò cadere la mano e indietreggiò lentamente, barcollando sui gradini fino al marciapiede, andando ad appoggiarsi contro il tronco di uno dei grossi alberi che regalavano ombra al quartiere. Rimase dov’era, fissando la porta di casa, segnata e sfigurata dai simboli che indicavano l’odio che sua madre provava per lui.

    No, ricordò a se stesso. Lei non lo odiava. Lei pensava che fosse morto. Qualunque cosa sua madre odiasse, era qualcosa che non esisteva. Io non sono ciò che lei dice.

  • Non sapeva quanto sarebbe rimasto lì, immobile, se il suo cellulare non avesse iniziato a vibrare nella tasca della giacca.

    Lo prese d’istinto e notò che sul palmo della mano aveva un’ustione. Era il disegno che stava sulla parte anteriore della mezuzah: stelle di David intrecciate. Cambiò mano per rispondere e appoggiò il telefonino all’orecchio. — Pronto?

    — Simon? — Era Clary. Gli sembrava affannata. — Dove sei?

    — A casa — disse lui, poi fece una pausa. — A casa di mia madre — si corresse. Lo fece con una voce che suonava cupa e distante alle sue stesse orecchie. — Non sei tornata all’Istituto?

  • — Ecco, è proprio questo il punto — rispose lei. — Appena te ne sei andato, Maryse è scesa dal tetto dove Jace avrebbe dovuto aspettarla. Non c’era nessuno.

    Simon si mosse. Senza rendersi bene conto del motivo per cui lo stava facendo, come una bambola meccanica iniziò a camminare in direzione della metropolitana. — In che senso non c’era nessuno?

    — Jace è sparito — gli disse Clary, con un filo di tensione nella voce. — E con lui anche Sebastian.

    Simon si fermò all’ombra di un albero spoglio. — Ma Sebastian è morto. Lui è morto, Clary…

    — E allora dimmi dov’è il suo

  • cadavere, perché non c’è — ribatté lei, chiaramente sconvolta. — Qui sopra sono rimasti solo sangue e vetri rotti. Se ne sono andati tutti e due, Simon. Jace se n’è andato…

  • parte prima

    NESSUN ANGELO MALIGNO

    Amore è uno spirito familiare, Amore è un diavolo, non

    c’è altro angelo maligno che Amore. (WILLIAM SHAKESPEARE, Pene

    d’amor perdute)

  • capitolo 1

    L’ULTIMO CONSIGLIO

    Due settimane dopo — Quanto altro tempo pensi che ci

    vorrà per il verdetto? — chiese Clary. Non aveva idea di quanto avessero aspettato, ma le sembravano almeno dieci ore. Nella camera da letto di Isabelle, tutta nera e fucsia, non c’erano orologi, ma soltanto cumuli di vestiti, pile di libri, cataste di armi, un mobile

  • da toeletta traboccante di trucchi scintillanti e spazzole, cassetti aperti da cui straripavano mutandine di pizzo, collant velati, boa di piume. La scena ricordava un po’ il backstage del musical Piume di struzzo, ma nelle ultime due settimane Clary era rimasta abbastanza a lungo fra quel caos sfavillante da trovarlo accogliente.

    Isabelle era in piedi accanto alla finestra e teneva Church fra le braccia, accarezzandogli la testa con fare assente. Il gatto la guardava coi suoi sinistri occhi gialli. Fuori imperversava un tipico temporale di novembre e la pioggia rigava i vetri delle finestre come fosse vernice trasparente. — Non molto — rispose con calma la ragazza. Era

  • senza trucco, cosa che la faceva sembrare più giovane, e i suoi occhi scuri più grandi. — Cinque minuti, probabilmente.

    Clary, seduta sul letto di Izzy fra una pila di riviste e una catasta di spade angeliche tintinnanti, deglutì forte per ricacciare indietro il sapore amaro che sentiva in gola.

    Torno fra cinque minuti. Erano state quelle le ultime parole dette al ragazzo che amava più di qualsiasi altra cosa al mondo. Forse, pensò, avrebbero potuto essere le ultime.

    Clary ricordava la scena alla perfezione. Il giardino sul tetto. Quella serata cristallina di ottobre, le stelle che brillavano di un bianco gelido contro il

  • cielo scuro e sereno. Le piastrelle imbrattate di rune nere, con macchie sparse di icore e di sangue. La bocca di Jace sulla sua, l’unica cosa calda in un mondo che faceva rabbrividire. Lei che stringeva l’anello dei Morgenstern appeso al collo. L’amor che move il sole e l’altre stelle. Un ultimo sguardo verso di lu