Leva Militare Regia

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    Tullio Forno

    Una leva militare a Susa negli anni del Risorgimento

    Il conte feldmaresciallo austriaco Radetzky, dopo la battaglia di No- vara (23 marzo 1849), ammise apertamente di aver vinto grazie al mag- gior numero di uomini in campo.

    Nonostante questo riconoscimento del leale comandante avversario, il generale piemontese Alfonso La Marmora, ministro della Guerra dal novembre 1849 fino al gennaio 1860 (salvo la parentesi della guerra di Crimea), si dedicò al rinnovamento dell’esercito piemontese (1) raffor- zandone le caratteristiche «d’ordine, di solidità, di probità». Ma oltre a questi valori, e al coraggio in battaglia, si diede mano a migliorare i ser- vizi quasi inesistenti della sussistenza e della sanità; si istituì la scuola di fanteria a Ivrea; scuole reggimentali (con la novità delle biblioteche militari); nuove regole per l’ammissione degli ufficiali allo Stato mag- giore; reparti più agili di cavalleria; nel 1852 scuola di cavalleria a Pine- rolo.

    Per l’artiglieria (con la sua ben nota scuola di Torino), considerata buona, fu operata la scelta di mantenere peso e potenza, anche a scapito della mobilità.

    Nel 1853 si istituì un’intendenza militare destinata a coordinare il

    SEGUSIUM - RICERCHE E STUDI VALSUSINI A. XXXV - VOL. 36 (1998) pagg. 103-115

    (1) Nel 1849 l’esercito del Regno di Sardegna si poteva dire «piemontese» anche per la pre- cisa ragione che la Sardegna era esclusa dal reclutamento e lo sarà fino ai primi anni del decen- nio 1850. La truppa era perciò formata in stragrande maggioranza da piemontesi e in numero minore (in rapporto alla popolazione) dai savoiardi e dai liguri. La regola di quel tempo era: una divisione circa ogni milione di abitanti. Nella prima Guerra d’Indipendenza le divisioni d’ordi-

    nanza del Regno di Sardegna erano 5.

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    funzionamento delle sussistenze, perché le dolorose esperienze del pas-

    sato consigliavano di evitare per quanto possibile che i soldati affamati e assetati dovessero sovente cedere per sfinimento durante i combatti- menti.

    Particolare cura venne dedicata al reclutamento per passare dall’e- sercito «di massa» a quello «di qualità»; prevalse così l’esercito «di ca- serma», ossia quello a lunga ferma ritenuta necessaria per creare lo spi- rito militare (ésprit militaire), buon addestramento e affiatamento nei reparti (2).

    La legge sul Reclutamento del 20 marzo 1854 (3) stabiliva 5 classi

    sotto le armi, più 5 di seconda categoria con chiamata di quaranta giorniogni anno (e l’obbligo di non prendere moglie per cinque anni). Erano inoltre disponibili 6 classi di «riservisti». Il servizio militare – o «fer- ma» – durava 5 anni per la fanteria, 6 per i bersaglieri, l’artiglieria e la cavalleria.

    A Torino nel 1856 il generale Carlo Mezzacapo (4) fondò la «Rivista Militare». Le forze armate del Regno di Sardegna non disdegnavano più come perditempo né l’istruzione, né la lettura, né l’interesse teorico- tecnico per i problemi militari in un’epoca in cui quasi dovunque in Eu- ropa a proposito degli ufficiali si era d’accordo con questi versetti: «La dote di maggior effetto / è il carattere, non l’intelletto». E il carattere era soprattutto il coraggio imperturbabile per guidare «gli uomini al fuo- co».

    L’imperatore Francesco Giuseppe aveva scritto che «la forza dell’e- sercito non è tanto negli ufficiali istruiti, quanto in quelli fedeli e corag- giosi». Ancora più drastico il generale francese Mac-Mahon, il vincito-

    (2) Ad alimentare lo spirito militare, dovunque, hanno contribuito per molto tempo – anche non lontano – soprattutto il canto e «la letteratura di memoria», perché «nessun evento colletti-

    vo è un fattore scatenante – di bisogno di narrare per iscritto e a voce – paragonabile alle guer- re» (MARIO ISNENGHI, Le guerre degli italiani - Parole, immagini, ricordi - 1848/1945, Monda- dori, Milano 1989). Tra i canti la celebre, indistruttibile Addio, mia bella, addio, autore il fio- rentino CARLO BOSI nel 1848. Tra i molti libri la raccolta di bozzetti di EDMONDO DE AMICIS, Vi- ta militare, pubblicato nel 1868. L’autore curò una nuova edizione nel 1880, che nel 1908 era alla 65ª ristampa. Dunque un’opera letteraria di enorme fortuna, evidentemente in sintonia con pensieri e sentimenti di tanti italiani per spiegarne il successo così duraturo.

    (3) In precedenza la leva per il servizio militare era disposta e regolata dal regio editto del 16 dicembre 1837.

    (4) I due fratelli Luigi e Carlo Mezzacapo, entrambi militari, avevano disertato dall’esercito napoletano quando il loro re Ferdinando II (il «re Bomba») aveva fatto rientrare il corpo di spe- dizione dalla guerra del 1848 a fianco del Regno di Sardegna. I due fratelli, insieme con parec-

    chi altri, si erano rifugiati in Piemonte.

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    In alto: una pattuglia dei Lancieri di Montebello in esplorazione. È uno dei numerosi dipinti di Quin-  to Cenni ed è dedicato al reggimento di cavalleria che prese il nome dal primo scontro (20 maggio  1859) della seconda Guerra d’Indipendenza. In basso: divise della fanteria di linea e dei bersaglieri dell’esercito italiano all’inizio degli anni  1860.

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    re di Magenta (per questo «duca di Magenta») che minacciò di esclude-

    re dall’avanzamento ogni ufficiale «il cui nome figuri sul frontespizio di un libro». Anche la letteratura narrativa affronta questo tema: «Il ca- pitano Trotta non leggeva mai libri e dentro di sé compiangeva il figlio già grandicello che doveva cominciare ad affannarsi col gesso, la tavola e la lavagna, la carta, il righello e la tavola pitagorica, e che era atteso dagli inevitabili libri di lettura» (JOSEPH ROTH, La marcia di Radetzky, Ed. Longanesi, pagg. 20-21).

    In Italia con la gestione La Marmora al ministero della Guerra si fa- ceva strada un po’ di cultura militare, oltre ad una più accurata scelta

    nell’arruolamento della truppa: con la legge del 1854 sul reclutamento«soltanto un uomo ogni 55 veniva chiamato alle armi» (5). Abbastanza numerosi erano i volontari.

    La successiva legge sul reclutamento ridusse un po’ le esenzioni, ma venne in effetti applicata solo nell’estate 1859, quando la seconda Guer- ra d’Indipendenza era da tempo iniziata. Questo ritardo si spiega con le difficoltà del bilancio del Regno di Sardegna a sopportare un più mas- siccio sforzo militare, visto che il ministero della Guerra assorbiva già il 28% delle complessive spese dello Stato.

    A ciò si aggiunga che un accrescimento dell’esercito avrebbe richie- sto altri ufficiali e sottufficiali per inquadrare gli uomini in nuovi repar- ti e che né le accademie di Torino, Ivrea e Pinerolo, né il collegio milita- re di Asti erano in grado di formare rapidamente.

    In questa situazione nel 1859 il Regno di Sardegna aveva in campo solo 65.000 uomini preparati al combattimento, invece dei 100.000 pre- visti. I francesi di Napoleone III erano 200.000, come promesso dal- l’imperatore, e una parte rilevante di quell’esercito si era diretta ai cam- pi di battaglia salendo sui treni a Susa dove la ferrovia era arrivata da cinque anni. Fu un evento nuovo nella logistica militare e funzionò in

    maniera soddisfacente.

    (5) JOHN WHITTAM, Storia dell’esercito italiano, Ed. Rizzoli, Milano 1979. La bibliografia in materia militare è assai vasta. A titolo orientativo citiamo; FRANCO CARDINI, Quella antica festa crudele. Guerra e cultura della guerra dal Medioevo alla Rivoluzione francese, Ed. Mondadori, Milano 1995; NICOLA BRANCACCIO, L’esercito del vecchio Piemonte. Gli ordinamenti, Roma 1923; C. BAUDINO, Istituzioni militari del Piemonte, Torino 1960; SABINA LORIGA, Soldati. L’i- stituzione militare nel Piemonte del Settecento, Ed. Marsilio, Venezia 1992; PIERO PIERI, Storia

    militare del Risorgimento. Guerre e insurrezioni, Ed. Einaudi, Torino 1962.

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    Abili, riformati, renitenti

    Con le sopra accennate norme di legge si procedette al reclutamento della classe 1843.

    La relazione del maggior generale Federico Torre «direttore generale della Leva, Bassa-Forza e matricola» al ministero della Guerra, luogo- tenente generale conte Agostino Petitti di Roreto (6), ci informa che, con legge 8 agosto, la leva venne effettuata dal 25 settembre al 15 dicembre «sui giovani nati nel 1843 in tutte le provincie del Regno», con le tre fa- si consuete di allora: estrazione dei numeri a sorte («tirare il numero»), «visita» dei coscritti, successivo arruolamento degli abili.

    Con la legge dell’agosto il ministro della Guerra chiedeva 55.000 di 1ª categoria da scegliere sul numero complessivo iniziale di 253.100 «iscritti nelle liste di leva di tutti i circondari del Regno».

    A una prima verifica vennero cancellati 12.634 morti, 4.807 iscritti «marittimi» (cioè destinati alla marina da guerra) e altri esentati per ra- gioni varie, cosicché gli iscritti «nelle liste di estrazione» furono 232.154 (223.734 per la precedente classe 1842). Altri 5.539 nomi ven- nero depennati per «decessi nelle ultime settimane», per doppie regi- strazioni o per altri errori.

    Alla prima cernita si ebbero 56.074 riformati (24,15% su tutta la leva di 232.154): «per infermità o deformità 33.156 (14,28%); per difetto di statura 22.918 (9,87%)». Se consideriamo che la s