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LA ROSA SENZA PERCHHEIDEGGER E LA QUESTIONE DEL VIVENTE*

di Isabella Aguilar

Die Ros ist ohn warum; sie blhet, weil sie blhet, Sie acht nicht ihrer selbst, fragt nicht, ob man sie siehet.

La rosa senza perch; fiorisce poich fiorisce, di s non gliene cale, non chiede desser vista.

Nel suo corso del 1955-1956 su Il principio di ragione Martin Heidegger uti-lizz per diverse lezioni come filo conduttore questo celebre distico tratto dalpoema secentesco Il pellegrino cherubico del mistico Angelus Silesius1. In que-sto corso Heidegger si interroga sullessenza del fondamento a partire dal prin-cipio di ragione sufficiente nella sua formulazione leibniziana; formulazione cheper Heidegger inaugura, regge e conforma la metafisica dellet moderna2.Nella quinta lezione, in cui fa la sua prima comparsa il distico di Silesius, Hei-degger tratta del decisivo carattere di pretesa del principio, sulla scorta di Leib-niz che lo definisce un principium reddendae rationis sufficientis3. La ratio ratio reddenda; da fornire, da porre. Nel costante rapportarci allente noipretendiamo che esso nella sua totalit abbia una ragione, un fondamento chein qualche modo lo ponga al sicuro; esigiamo che la sufficienza del fonda-mento sia perfetta, completa. Efficere, sufficere, perficere: i termini che Leibnizutilizza nei pressi della tesi del fondamento, nota Heidegger, non a caso riman-dano tutti ad un molteplice facere, un fare o produrre4.

Perch c il rappresentato?, perch esso cos com?: nel modobanale del chiedere perch [Warum], che noi domandiamo del fondamento,pretendendolo. Cosicch, nota Heidegger, la versione rigorosa della tesi delfondamento, niente senza il fondamento che va fornito, pu venire riporta-ta alla forma: niente senza perch5. Ma finch domandare del fondamentosar inteso come un domandare nel modo del chiedere perch, verr presup-posta lidentificazione del fondamento con una causa, con una ragione suffi-ciente tale da rispondere alla domanda: Warum?; e finch penseremo secon-do questa logica, la logica dellintelletto e dellente compreso come semplicepresenza, non potremo mai arrivare mai a pensare il fondamento nel modo chegli appropriato. in questo contesto, come occasione retorica per indicarealluditorio la possibilit di un altro cammino, che Heidegger cita il distico diAngelus Silesius, contemporaneo di Leibniz, che al principio di Leibniz, nien-te senza perch, indirettamente e poeticamente risponde: la rosa senzaperch6.

Si entra cos in uno dei tanti luoghi heideggeriani in cui sincontra la rosa,fiore per eccellenza e simbolo guida di questo breve saggio, che si interrogaproprio sul senso del simbolico e dellesemplare nel cammino di pensiero diHeidegger, in riferimento ai concetti di vita e natura.

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La rosa nelle arti e nel pensiero costituisce un eterno paradosso: la fragi-lit stessa della sua spoglia sensibile ad aver donato a questo piccolo fiore unaspoglia simbolica immortale. Di cosa eterno simbolo la rosa? Innanzitutto delmistero della fioritura. Un mistero in s molteplice: della nascita spontanea,radicata nella terra; della Bellezza; dellAmore e della Vita; e soprattutto delcarattere effimero di questi, se il fiorire non che linizio del breve e delicatociclo che declina nello sfiorire. Detto questo, la rosa si presta per a tante inter-pretazioni quante sono le filosofie: exemplum dellordine eterno del cosmocome del mistero mistico, o del mero limite del pensiero, dellineffabile. Roseis a rose is a rose is a rose, canta il pi celebre verso di Gertrude Stein, e sucosa esso significhi generazioni di interpreti non a caso continuano ad interro-garsi7. Ma linterpretazione heideggeriana della rosa di Silesius e pi in gene-rale del senso della in cui cercheremo di addentrarci forse una tra lepi sorprendenti dellintera storia del pensiero occidentale: per il livello di origi-nariet cui si spinge e per il gioco ambiguo, e come vedremo irrisolto, tra la let-teralit e la metaforicit del linguaggio, con cui per decenni il pensatore diMekirch ha cercato di catturare e guidare i suoi ascoltatori lungo il difficilecammino che conduce dal misterioso fenomeno del fiorire allancor pi miste-rioso fiorire del fenomeno.

IHeidegger chiosa lentrata della rosa di Silesius sulla scena del Principio di

ragione con queste parole:

La rosa sta qui evidentemente come esempio per tutto ci che fiorisce,per tutte le piante, per tutto ci che cresce e si sviluppa nel mondo vege-tale. In questo ambito, secondo la parola del poeta, la tesi del fondamen-to non vale8.

La rosa nominata nel distico di Silesius: evidentemente, solo un esempio,o meglio una metonimia, dellintero ambito vegetale. in questo ambito, nellasua interezza e nella sua particolarit regionale, che la tesi del fondamento inqualche modo sembrerebbe non dover valere. Il riferimento privilegiato allam-bito naturale dunque il punto di partenza che Heidegger assume per la suaargomentazione. Interpretare il distico in riferimento alla regione dellente dinatura significa partire dalla prospettiva del pensiero comune e lato sensumetafisico. E da questa prospettiva, nota Heidegger, il detto non pu che suo-nare enigmatico: infatti, che ne della catena di ragioni, cause e condizioninecessarie da cui, la scienza ci insegna, dipende il fiorire della rosa? E noncade forse il primo verso in una manifesta contraddizione, riconoscendo subi-to dopo che la rosa fiorisce poich fiorisce? La poesia dice: La rosa senzaperch [Warum] e tuttavia non senza poich [weil]. Dietro la diversit dei duetermini, che trova peraltro un corrispettivo in gran parte delle lingue europee,potrebbero forse celarsi due modi diversi di rappresentare la relazione al fon-

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SAG

GI

damento: il perch cercherebbe il fondamento nel modo del pretenderlo, del-lesigerlo; il poich conterrebbe invece la risposta che indica il fondamento,adducendolo. Ma se il fondamento fosse nei due casi il medesimo, e cambias-se solo il modo di rapportarvisi, laddove il perch fallirebbe come potrebbe ilpoich riuscire nel rappresentarlo? Inoltre, il verso dice chiaramente che il fon-damento il fiorire (poich fiorisce): pu questa risposta tautologica bastar-ci? Insomma, Heidegger si dilunga a mostrarci come il modo rigido di ragiona-re dellintelletto comune e della logica ordinaria, nonostante i suoi sforzi, nonpossa che dibattersi con impaccio fra le parole del poeta.

Tantomeno si tratta per il nostro filosofo di leggere il distico in chiave misti-ca come pure sarebbe ermeneuticamente pi corretto. Potremmo acconten-tarci di interpretare il primo verso come un monito affinch ci arrestiamo nellanostra volont di sapere ed accettiamo il mistero del creato attraverso la purafede nel creatore. Ma sebbene lintero pellegrino cherubico sia inevitabilmentepervaso di riferimenti a Dio e a Cristo, probabile che il vero motivo dellinte-resse di Heidegger stia piuttosto nel fatto che nel secondo verso del distico nluomo n alcun dio sono nominati, bens solo la rosa stessa:

di s non gliene cale, non chiede desser vista

Il suo essere senza perch, piuttosto che con il rapporto tra luomo e Dio,ha a che fare con il rapporto della rosa con se stessa, con il modo di esseredella rosa stessa. Qui della rosa si parla per cos dire in prima persona. Mala rosa non per lappunto una persona; perch a differenza della persona,ricorda Silesius, alla rosa di per s non cale di s. La rosa, per essere ci che, non ha bisogno di curarsi espressamente di se stessa, di prestare attenzio-ne a tutto ci che le proprio, tantomeno al suo che cosa ed al suo come,alle sue ragioni determinanti, al suo fondamento. Tra il fiorire e le ragioni delfiorire non c spazio per quella attenzione alle ragioni, in forza della quale sol-tanto le ragioni potrebbero essere di volta in volta in quanto [als] ragioni9. Ciche manca alla rosa nella prospettiva del senso comune , potremmo dire, lat-titudine intenzionale e attenzionale, il potere riflessivo o il linguaggio. Piuttosto,alla rosa accade il fiorire e in tale fiorire essa si risolve tutta, senza curarsi dici che, come un qualcosa di diverso, potrebbe produrre questultimo soltantodopo come effetto. La rosa dunque, a differenza delluomo non ha bisogno cheprima le si fornisca espressamente il fondamento del suo fiorire, non necessi-ta di reddere rationem10.

Fin qui si procede sul piano delle ovviet. Luomo e la rosa hanno due modidi essere differenti: luomo quellessere riflessivo e linguistico che ha la pos-sibilit di interrogarsi sul mondo, su se stesso e infine sul fondamento di tuttoci, domandando perch, e in modo tale che questa possibilit per lui consi-derata la pi ovvia e dunque legittimamente da lui pretesa; il che ci ricor-dato dal principio di ragione, che principium ratio sufficientis reddenda. Inve-ce la rosa e con la rosa, che solo un esempio, tutti gli enti di natura ha undifferente modo di essere: in questo senso senza perch.

Il senso comune, rincuorato, pu a questo punto notare che non per que-

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sto, per, la rosa senza fondamento. Piuttosto essa rientra nel dominio delprincipio di ragione; semplicemente, siamo noi e non lei per se stessa a doverchiedere quale sia il suo fondamento. Il suo rapporto con il fondamento interza persona, non in prima. Lintelletto ordinario si sente rassicurato nella sualogica: non gli si voleva sottrarre il potere di reddere rationem della rosa, benslegittimarlo; noi siamo pi della rosa, che solo e semplicemente presente inmezzo agli altri enti, vivente, fiorente e, lei, non dispone del perch. Entram-bi per, la rosa e noi, sebbene in modo diverso, stiamo dentro al dominio delprincipio del fondamento; il principio vale nel caso della rosa (in quanto ogget-to del nostro rappresentare), solo che essa non vive secondo [nach] ragioni,fondamenti e cause, bens solo per [durch] ragioni, fondamenti e cause11.