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  • Come cavalli che dormono in piedi Paolo Rumiz

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  • Come cavalli che dormono in piedi Paolo Rumiz

    1.

    La pianura selvaggia che arde

    Monfalcone, ottobre 2013

    Maledeto / capel de fero

    che tuto el mondo / ga ruvinà

    anche le ortighe / i ne fa magnar.

    Succede una sera d'autunno con pioggia leggera, tra il Carso e l'Isonzo, fuori da

    un'osteria in una zona poco illuminata di case sparse, ultimo lembo di pianura prima

    della pietraia dell'altopiano. Fa già buio, da un tavolo del locale si leva una canzone di

    frontiera. Guardo Fora, sono appena passate le nove. Ma è già da un po' che una voce

    mi comanda di andarmene. Un richiamo leggero come un bisbiglio, ma inesorabile. È

    allora che esco, docilmente, senza cercare scuse, perché sento che devo farlo, e

    basta.

    Faccio in tempo a vedere dalla finestra gli amici e la cameriera tra i tavoli. Il

    silenzio è quasi perfetto. Solo passi sulla ghiaia e ticchettare della pioggia sulla

    giubba di lana. L'altopiano da un lato e la ferrovia dall'altro chiudono il sobborgo in

    una bolla senza tempo. Su un cartello il nome di un paese, Vermegliano. Non conosco

    il terreno, vago alla cieca tra case, lapidi, ombre deformi, alberi spogli, sottopassi,

    binari, perimetri di camposanti militari abbandonati. Sopra l'abitato corre una strada,

    ma anche li nessun rumore, le auto passano come banchi di aringhe nel mare.

    Ma la terra capta segnali. Vibra, come il pennino di un sismografo. Sente il

    fronte, fiuta posti da arma bianca nella notte nera. Trincea delle Frasche, San

    Michele, Selz, Monte Sei Busi. Se la piana mi è ignota, conosco a memoria queste

    alture. So che ogni metro è impregnato di agonie, segnato da vite smembrate,

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    crocifisse su reticolati o mutilate da tagliole. Ma so anche che nulla, su quel terreno,

    rammenta l'immensità del dolore. Dovrei calpestare bossoli, immondizie, sangue,

    stracci, membra umane, gavette, resti di cibo, zoccoli, ferri, escrementi, suole di

    scarpe, ma l'uomo e la natura hanno cancellato ogni cosa. La notte profuma di erba, e

    interi paesi dormono, banchettano e fanno l'amore sui resti di un immane sacrificio

    umano.

    Prendo la stradina che sale oltre la chiesa di Santo Stefano fino a un piccolo

    monumento a due soldati della Grande guerra. Poco oltre mi affaccio sulla pianura da

    un varco tra le villette. Sono solo, la balaustra è deserta, davanti a me si apre come

    una pista d'atterraggio, ma nonostante questo sono preso da un'improvvisa asfissia,

    come una vertigine da sovraffollamento. Li sento, improvvisamente vicini. Sono li, nel

    buio. Ondate regolari di uomini- frangenti che vanno a sfracellarsi sul Carso come su una

    scogliera.

    Si accendono le fiammelle. Non nel cielo, che resta buio, a parte lampi lontani.

    È la pianura selvaggia che arde, disegna nebulose sulla superficie di un paesaggio

    sconosciuto. Riconosco bivacchi di soldati, lampade a olio, lumini alle cappelle dei

    crocicchi, e più in là fuochi fatui, candelabri di Hanukkah, sfiati di piccoli campi di

    nafta. E ancora bagliori di ciminiere, fornaci, lampioni, miasmi di cimiteri, candele

    votive, roghi di foglie secche. In mezzo a questa luminaria, negli acquitrini e tra i

    villaggi, un traffico di lucciole - o uomini, non so - che vagano disegnando strani segni

    zodiacali, stelle di un emisfero sconosciuto.

    In quell'attimo, come in un film muto, passa sul monte un drappello di ulani. Li

    riconosco dai cavalli giganteschi e dai riflessi d'ottone dell'elmetto sormontato da un

    tronco di piramide rovesciato. Non so a che esercito appartengano, ma hanno facce

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    tartare e baffi spioventi. Scendono verso la pianura in una fila ordinata e guardinga,

    al passo, su un terreno aperto e privo di alberi, segnato da stagni verdastri e tappeti

    di erica viola. Se la pianura pullula di luci, il pendio è buio, spoglio e disabitato.

    Nessuna presenza umana, tranne i soldati.

    Uno di loro, vedendomi, si alza sulle staffe, solleva l'indice della sinistra e lo

    porta alle labbra per dirmi di tacere. Il pelo del cavallo è lucido di pioggia e

    incrostato di argilla sulle zampe. Tiro una mela fuori dalla tasca e la mostro alla

    bestia, che nitrisce nel buio, esce dalla fila e lentamente si avvicina. Sotto gli speroni,

    appare una gabbia toracica scoperchiata. Anche gli altri cavalli sono cosi, ossa e

    sangue. Sento il fischio dei polmoni che comprimono, sotto le costole, il mantice di

    una fisarmonica senza note.

    Esce dai buio una contadina col fazzoletto in testa, la gonna e gli stivali, una

    donna di età indefinita. Sale sul dorso della collina con in mano qualcosa di simile a

    una lampada votiva. Incrocia il drappello senza dire una parola e va oltre. Mi pare di

    averla già vista, tanto tempo fa, attraversare scalza un campo giallo di grano nelle

    terre dell'Est. La sua ombra percorre la sommità dell'altura verso un bosco di salici,

    oltre il quale avvampa una nube scarlatta, un incendio immane, poi scompare

    inghiottita dalla fornace.

    Sull'ultima propaggine del monte si è formato intanto un gruppo di generali, o

    forse di monarchi, non so. Vecchi nottambuli, cosi vecchi da sembrare morti, ma

    qualcosa li tiene dritti nei loro cappottoni col bavero di pelliccia. Hanno facce di

    mummia, terree, quasi azteche, indifferenti a ciò che li circonda. Vittoria o sconfitta,

    per loro non cambia. E quando uno butta il mozzicone di un sigaro nella sterpaglia, in

    quello stesso attimo, sempre in silenzio, la pianura si copre di proiettili traccianti,

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    parabole di Shrapnel e granate come fuochi d'artificio. Nell'aria volteggiano migliaia

    di corvi.

    E poi un treno, con la lanterna magica dei finestrini. Arriva, si inclina con

    frastuono di ferraglia compie una curva a destra e punta a nord verso un fiume

    solitario. Solo allora mi rendo conto di essere stato altrove e in un altro tempo. Non

    sul Carso, non dove il suolo si spacca col piccone, ma in una terra dove la vanga

    penetra come nel burro e le uniche pietre dure sono quelle dei sepolcri. Una terra

    straniera e senza mare, segnata da nevicate lunghe e silenziose, fiumi divaganti e

    colline basse dove la sera piccole luci disegnano la topografia dei vivi e dei morti.

    Un arcipelago di boschi e villaggi, segnato dai fili di fumo azzurro dei comignoli,

    con chiese e sinagoghe di legno dal tetto simile alla chiglia di una barca capovolta.

    Uno spazio di slitte e di maghi, oche immacolate e grandi, robusti cavalli. Ne vedo i

    tramonti incendiari, le lune smisurate nelle pozzanghere, i bivacchi degli eserciti. Ne

    sento il rimbombo dei ponti, lo sferragliare dei treni notturni fra villaggi cristiani e

    Shtetl ashkenaziti. L'ho immaginata a lungo, prima ancora di incontrarla nel mio

    lungo viaggiare, o forse ancor prima di nascere.

    È il cuore della mia Europa.

    Mi affaccio sulla piana, vedo l'osteria e gli amici far capannello sulla porta.

    Risate, le ultime canzoni al momento di partire. Celebrano l'amicizia, ma anche

    un'assenza. Ci manca Virgilio, la nostra guida. Un suo gesto, una sua occhiata

    dall'alto dei suo metro e novanta, bastavano a interrompere il brusio conviviale e a

    far partire le voci. Un motivo specialmente seminava allegria.

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    Xe rivada la baba dei latte

    con patate con fagioli

    l'insalata la ricciolina

    bella la xe la xe la xe...

    E con patate e con piselli

    coi giovani belli l'amore si

    fa.

    Qualcuno mi chiama, ma non rispondo. Ormai sono lupo, cinghiale, gufo. Appartengo a

    un altro mondo. Ma ascolto con le orecchie dritte le voci della piana. Ora il gruppo intona un

    ultimo canto davanti alla porta dei locale. Dalle mie parti, il passaggio dall'allegria alla

    malinconia è istantaneo come quello dei violinisti zingari dei Danubio. È un canto che

    conosco. Forse lo fanno apposta, lo cantano per me. È un lamento che echeggia come in una

    gola alpina e parla di una guerra sconosciuta agli italiani.

    Quando fui sui Monti Scarpazi

    miserere sentivo cantar

    ti ho cercato tra il vento e i crepazi

    ma una croce soltanto ho trovà.

    Carpazi: le ultime montagne prima dei fiumi divaganti e delle lune smisurate d'Oriente.

    Il gelo di inverni senza riparo, il terrore dei galoppo dei cosacchi e delle armate dello zar. Solo

    i trentini e i triestini, con i goriziani, gli istriani e i dalmati, sono morti cosi lontano da casa.

    Italiani "sbagliati", nati sotto l'Austria-Ungheria, che il fronte russo l'avevano conosciuto già

    nella Grande guerra, trent'anni prima della campagna sul Don.

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    Oh mio sposo eri andato soldato

    per difendere l'impera