Ariosto, Ludovico - Rime

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Ludovico Ariosto Rime Edizione di riferimento: Ludovico Ariosto: Le rime, in Opere minori, a cura di Cesare Segre, Ricciardi, Milano-Napoli 1954 CONTENUTO: Canzoni I Non so s'io potrò ben chiudere in rima II Quante fiate io miro III Dopo mio lungo amor, mia lunga fede IV Spirto gentil, che sei nel terzo giro V Anima eletta, che nel mondo folle Sonetti I Perché, Fortuna, quel ch'Amor m'ha dato II Mal si compensa, ahi lasso! 19 III O sicuro, secreto e fidel porto IV Perché simil le siano, e de li

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Ludovico Ariosto Rime Edizione di riferimento: Ludovico Ariosto: Le rime, in Opere minori, a cura di Cesare Segre, Ricciardi, Milano-Napoli 1954 CONTENUTO: Canzoni I Non so s'io potr ben chiudere in rima II Quante fiate io miro III Dopo mio lungo amor, mia lunga fede IV Spirto gentil, che sei nel terzo giro V Anima eletta, che nel mondo folle Sonetti I Perch, Fortuna, quel ch'Amor m'ha dato II Mal si compensa, ahi lasso! 19 III O sicuro, secreto e fidel porto IV Perch simil le siano, e de li artigli V Felice stella, sotto ch'il sol nacque VI Non senza causa il giglio e l'amaranto VII Un arbuscel ch'in le solinghe rive VIII Del mio pensier, che cos veggio audace IX La rete fu di queste fila d'oro X Com'esser pu che dignamente io lodi XI Ben che 'l martr sia periglioso e grave XII Non fu qui dove Amor tra riso e gioco XIII Aventuroso carcere soave XIV Quando prima i crin d'oro e la dolcezza XV Altri loder il viso, altri le chiome XVI Deh! voless'io quel che voler devrei XVII Occhi miei belli, mentre ch'i' vi miro XVIII Quel capriol che con invidia e sdegno XIX Madonna, io mi pensai che 'l star absente XX Chiuso era il sol da un tenebroso velo XXI Qui fu dove il bel crin gi con s stretti XXII Quando muovo le luci a mirar voi XXIII Come creder debbo io che tu in ciel oda XXIV O messaggi del cor sospiri ardenti XXV Madonna, ste bella e bella tanto XXVI Aventurosa man, beato ingegno XXVII Son questi i nodi d'or, questi i capelli XXVIII Qual avorio di Gange, o qual di Paro

XXIX Qual volta io penso a quelle fila d'oro XXX Giorno a me sol pi che la notte oscuro XXXI Se con speranza di merc perduti XXXII Lasso! i miei giorni lieti e le tranquille XXXIII Se senza fin son le cagion ch'io v'ami XXXIV in cieco laberinto di speranza XXXV Miser, fuor d'ogni ben, carco di doglia XXXVI L'arbor ch'al viver prisco porse aita XXXVII Lassi, piangiamo, oime! 54 XXVIII Ecco, Ferrara, il tuo ver paladino XXXIX Magnifico fattor, Alfonso Trotto XL Non ho detto di te ci che dir posso XLI Illustrissima donna, di valore Madrigali I Se mai cortese fusti II Quando bellezza, cortesia e valore III Amor, io non potrei IV Per gran vento che spire V Oh se, quanto l'ardore VI Se voi cos mirasse alla mia fede VII A che pi strali, Amor, s'io mi ti rendo?65 VIII La bella donna mia d'un s bel fuoco IX Occhi, non v'accorgete X Fingon costor che parlan de la Morte XI Quel foco, ch'lo pensai che fuss'estinto XII Quando ogni ben de la mia vita ride Capitoli I Rime disposte a lamentarvi sempre II Canter l'arme, canter gli affanni III Ne la stagion che 'l bel tempo rimena IV De la mia negra penna in fregio d'oro V Meritamente ora punir mi veggio VI Era candido il corvo, e fatto nero VII Forza ch'alfin si scopra e che si veggia VIII O pi che 'l giorno a me lucida e chiara IX O nei miei danni pi che 'l giorno chiara X Del bel numero vostro avrete un manco XI Gentil citt, che con felici augri XII O lieta piaggia, o solitaria valle XII bis O lieta piaggia, o solitaria valle XIII Qual son, qual sempre fui, tal esser voglio XIV Di s calloso dosso e s robusto XV Ben dura e crudel, se non si piega XVI O vero o falso che la fama suone XVII O qual tu sia nel cielo, a cui concesso

XVIII Chi pensa quanto il bel disio d'amore XIX Piaccia a cui piace, e chi lodar vuol lodi XX Quel fervente desio, quel vero ardore XXI Poich'io non posso con mia man toccarte XXII Lasso! che bramo ancor, che pi voglio XXIII Non pi tempo ormai sperar XXIV Vo navigando un mar d'aspri martri XXV S come a primavera dato il verno XXVI Or che la terra di bei fiori piena XXVII Arsi nel mio bel foco un tempo quieto Egloghe I Dove vai, Melibeo, dove s ratto II Mentre che Dafni il grege errante serba

CANZONI I Non so s'io potr ben chiudere in rima quel che in parole sciolte fatica avrei di ricontarvi a pieno: come perdei mia libert, che prima, Madonna, tante volte difesi, acci non avesse altri il freno; tenter nondimeno farne il poter, poi che cos vi agrada, con desir che ne vada la fama, e a molti secoli dimostri le chiare palme e i gran trionfi vostri. Le sue vittorie ha fatto illustri alcuno, e con gli eterni scritti ha tratto fuor del tenebroso oblio; ma li perduti esserciti nessuno, e gli adversi conflitti, ebbe ancor mai di celebrar disio; sol celebrar voglio io il d ch'andai prigion ferito a morte: ch contra man s forte, ben ch'io perdei, per l'aver preso assalto, pi che mill'altri vincere mi essalto. Dico che 'l giorno che di voi m'accesi non fu il primo che 'l viso pien di dolcezza e li real costumi vostri mirassi affabili e cortesi,

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n che mi fossi aviso che meglio unqua mirar non potea lumi; ma selve, monti e fiumi sempre dipinsi inanzi al mio desire, per levarli l'ardire d'entrar in via, dove per guida porse io vedea la speranza star in forse. Quinci lo tenni e mesi ed anni escluso, e dove pi sicura strada pensai, lo volsi ad altro corso; credendo poi che pi potesse l'uso che 'l destn, di lui cura non ebbi; ed ei, tosto che senza morso sentissi, ebbe ricorso dove era il natural suo primo instinto; ed io nel labirinto prima lo vidi, ove ha da far sua vita, che pensar tempo avessi a darli aita. N il d, n l'anno tacer, n il loco dove io fui preso, e insieme dir gli altri trofei ch'allora aveste, tal che apo loro il vincer me fu poco. Dico, da che 'l suo seme mand nel chiuso ventre il Re celeste, avean le ruote preste de l'omicida lucido d'Achille rifatto il gorno mille e cinquecento tredeci fiate, sacro al Battista, in mezo de la estate. Ne la tsca citt, che questo giorno pi riverente onora, la fama avea a spettacoli solenni fatto raccor, non che i vicini intorno, ma li lontani ancora; ancor io, vago di mirar, vi venni. D 'altro ch'io vidi tenni poco ricordo, e poco me ne cale; sol mi rest immortale memoria, ch'io non vidi, in tutta quella bella citt, di voi cosa pi bella. Voi quivi dove la paterna chiara origine traete, da preghi vinta e liberali inviti di vostra gente, con onesta e cara compagnia, a far pi liete le feste, a far pi splendidi i conviti, con li doni infiniti in ch'ad ogn'altra il Ciel v'ha posto inanzi, venuta erate dianzi,

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lasciato avendo lamentar indarno il re de' fiumi, ed invidiarvi ad Arno. Porte, finestre, vie, templi, teatri vidi piene di donne a giuochi, a pompe, a sacrifici intente, e mature ed acerbe, e figlie e matri ornate in varie gonne; altre star a conviti, altre agilmente danzare; e finalmente non vidi, n sentii ch'altri vedesse, che di belt potesse, d'onest, cortesia, d'alti sembianti voi pareggiar, non che passarvi inanti. Trov gran pregio ancor, dopo il bel volto, l'artificio discreto, ch'in aurei nodi il biondo e spesso crine in rara e sotil rete avea raccolto; soave ombra dirieto rendea al collo e dinanzi alle confine de le guance divine, e discendea fin all'avorio bianco del destro omero e manco. Con queste reti insidosi Amori preson quel giorno pi di mille cori. Non fu senza sue lode il puro e schietto serico abito nero, che, come il sol luce minor confonde, fece ivi ogn'altro rimaner negletto. Deh! se lece il pensiero vostro spiar, de l'implicate fronde de le due viti, d'onde il leggiadro vestir tutto era ombroso, ditemi il senso ascoso. S ben con aco dotta man le finse, che le porpore e l'oro il nero vinse. Senza misterio non lu gia trapunto il drappo nero, come non senza ancor fu quel gemmato alloro tra la serena fronte e il calle assunto, che de le ricche chiome in parti ugual va dividendo l'oro. Senza fine io lavoro, se quanto avrei da dir vuo' porr'in carte, e la centesma parte mi par ch'io ne potr dir a fatica, quando tutta mia et d'altro non dica. Tanto valor, tanta belt non m'era peregrina n nuova, s che dal fulgurar d'accesi rai,

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che facean gli occhi e la virtute altiera, gi stato essendo in pruova, ben mi credea d'esser sicur ormai. Quando men mi guardai, quei pargoletti, che ne l'auree crespe chiome attendean, qual vespe a chi le attizza, al cor mi s'aventaro e nei capelli vostri lo legaro. E lo legaro in cos stretti nodi, che pi saldi un tenace canape mai non strinse n catene; e chi possa avenir chi me ne snodi, d'imaginar capace non son, s'a snodar Morte non lo viene. Deh! dite come aviene che d'ogni libert m'avete privo e menato captivo, n pi mi dolgo ch'altri si dorria, sciolto da lunga servitute e ria. Mi dolgo ben che de' soavi ceppi l'inefabil dolcezza e quanto meglio esser di voi prigione che d'altri re, non pi per tempo seppi. La libertate apprezza fin che perduta ancor non l'ha, il falcone; preso che sia, depone del gir errando s l'antiqua voglia, che, sempre che si scioglia, al suo signor a render con veloci ale s'andr, dove udir le voci. La mia donna, Canzon, sola ti legga, s ch'altri non ti vegga, e pianamente a lei di' chi ti manda; e, s'ella ti comanda che ti lasci veder, non star occulta, se ben molto non sei bella, n culta. II Quante fiate io miro i ricchi doni e tanti che 'l Ciel dispensa in voi s largamente, altre tante io sospiro; non che 'l veder che inanti a tutte l'altre donne ite ugualmente mi percuota la mente d'invidia: ch a ferire in molto bassa parte,

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se la ragion si parte da un alto oggetto, mai non pu venire; e da la umilt mia a vostra altezza pi ch'al ciel di via. Non e d'invidia effetto ch'a sospirar mi mena, ma sol d'una piet c 'ho di me stesso: per ch'ancor mi aspetto de la mia audacia pena, d'aver in voi s inanzi il mio cuor messo. Ch, se l'esser concesso di tanti il minor dono far suol di ch'il riceve l'animo altier, che deve di voi far dunque, in cui tanti ne sono, che da l'Indo all'estreme Gade tant'altri non ha il mondo insieme? L'aver voi conoscenza di tanti pregi vostri, che siate